venerdì 14 settembre 2018

L'ORIGINE DEL MALE TRA IL DUALISMO PULSIONALE DI FREUD E LA TEODICEA DI LEIBNIZ


La concettualizzazione freudiana sulle pulsioni culminata nel 1920 con l’introduzione del concetto di pulsione di morte (“Al di là del principio di piacere”), ha ipotizzato un dualismo pulsionale espresso, nei due poli, da una pulsione di vita, autoconservativa, e una pulsione di morte, distruttiva.
Freud porta, a conforto della sua ipotesi, molti esempi derivati dall’osservazione clinica: la coazione a ripetere; le forme autoaggressive, il lutto, la melanconia, il senso di colpa inconscio, l’ambivalenza, la reazione terapeutica negativa, il sadismo, il masochismo, fenomeni che lo inducono a parlare di “misteriose tendenze masochistiche dell’Io” e a immaginare metaforicamente un “diabolico” del mondo psichico interno. Autori come Erich Fromm o Ernest Jones ipotizzano che vi siano stati anche contributi di altra natura, più personali, come, ad esempio, l’impatto sulla sua vita della prima guerra mondiale e la paura di morire che pare fosse diventata una sorta di tormento quotidiano proprio negli anni successivi all’evento bellico.
Secondo questa visione il dualismo della vita pulsionale si esprimerebbe in una tendenza fondamentale integratrice, strutturante e organizzatrice riconducibile alla pulsione di vita e una tendenza disorganizzatrice, disgregante, che punta alla stabilità assoluta, la pulsione di morte appunto.
La riconoscibilità della pulsione di morte è tuttavia problematica perché secondo Freud essa si presenterebbe non in modo puro, ma sotto forma di “lega pulsionale” o “impasto pulsionale”; in altri termini la pulsione di morte si esprimerebbe prevalentemente associata ad un certo grado di soddisfacimento libidico sia nella direzione esterna cioè quando è diretta alla distruzione dell’altro, sia nella direzione interna cioè quando è l’Io ad essere oggetto della distruttività.
Le osservazioni di Freud sulla pulsione di morte pur non avendo trovato accoglimento unanime nella comunità psicoanalitica rimasero vive nei suoi scritti fino alla sua morte. Infatti quando Albert Einstein nel 1932, lo interrogò sulla possibilità di liberare l’uomo dalla fatalità della guerra lui rispose:
“perché ci indigniamo tanto contro la guerra, Lei e io e tanti altri, perché non la prendiamo come una delle molte e penose calamità della vita? La guerra sembra conforme alla natura, pienamente giustificata biologicamente, in pratica assai poco evitabile”. 
Freud è convinto che la guerra sia “un prodotto della pulsione distruttiva” quindi di un qualcosa che egli ha posto alla base della vita psichica, un elemento originario della psicologia umana così come lo aveva a sua volta inteso anche Melanie Klein quando ipotizzò l’origine primitiva delle funzioni superegoiche nel bambino.
La guerra, la violenza, la distruttività, il dominio, il potere sono quindi insiti nella natura umana. Freud stabilisce che “il male” vada considerato elemento ineluttabile della vita addirittura esso assurge a origine prima della coscienza morale individuale quando l’aggressività si rivolge verso l’Io con l’obiettivo di punirlo. Il male diviene in tal modo origine della morale individuale.
Il ragionamento freudiano si avvicina, sfiora forse la teodicea di Leibniz che un paio di secoli prima si era interrogato su come potesse essere presente il male dentro l’ordine naturale e, con ancora più preoccupazione, come conciliare Dio, infinitamente buono e infinitamente potente, con il male presente nel mondo. 
Come Freud, anche Leibniz non sfugge al richiamo dell’orizzonte meccanicistico tipico della scienza dell’epoca nel quale tutti gli eventi del mondo sono governati dalla necessità assoluta. In questa visione non c’è spazio per la casualità: le leggi della natura sono immutabili, necessarie. Freud e Leibniz si ritrovano quindi insieme nel riconoscere che anche il nostro sistema nervoso centrale soggiace alle leggi della natura la quale è governata dai principi del determinismo meccanicistico.
Leibniz inoltre è un credente, un uomo immerso nella cultura e nello spirito luterano e il libero arbitrio in questa concezione è “schiavo del peccato” come sappiamo. Per Leibniz infatti non è accettabile e concepibile un uomo che viva nel libero arbitrio, nella libertà di scelta, che si trovi a disporre della “libertà d’indifferenza” cioè poter scegliere tra più opzioni; differentemente dai cristiani cattolici che invece ritengono che l’uomo sia nato libero e che quindi sia in grado di scegliere in libertà e responsabilità sia il bene che il male.
Per spiegare il male Freud si affida alla pulsione di morte biologicamente definita, Leibiniz, non lontano, ma spostato sul piano filosofico, postula “il male metafisico” dal quale deriverebbero “il male fisico” e “il male morale”. Il male metafisico sarebbe il risultato dell’umana finitezza, dell’umana imperfezione e proprio per questo motivo il mondo in cui l’uomo abita, secondo Leibniz, è il “mondo migliore possibile” perché un mondo senza il male sarebbe impossibile proprio perché popolato da esseri imperfetti. Dio quindi viene scagionato, non poteva andare diversamente, dalla responsabilità del male nel mondo.
Ora se il male è nella natura umana che si presenta imperfetta e finita cosa può fare l’uomo?
Per Freud, che non trova necessario pensare che la presenza della pulsione distruttiva nella natura umana sia un “imperfezione”,
“se la propensione alla guerra [o al male] è un prodotto della pulsione distruttiva, contro di essa è ovvio ricorrere all’antagonista di questa pulsione: l’Eros. Tutto ciò che fa sorgere legami emotivi tra gli uomini deve agire contro la guerra [o il male]”.
L’argomento verrà ripreso negli anni sessanta da Herbert Marcuse in “Eros e Civiltà”.
Per Leibniz seguire le leggi di Dio, essere infinitamente buono e infinitamente potente, ci preserva dall’errore, dal peccato e quindi dal male.

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