domenica 13 marzo 2016

Veloci sempre più veloci

La velocità indica uno stato di emergenza, un’estremizzazione della vita, una necessità di salvarsi dal pericolo. La velocità è la risposta alla paura della morte o alla necessità di dover sopravvivere attraverso la morte di qualcun’altro. Accompagna la spinta predatoria e la fuga della preda. La velocità non è una costante della vita, ma un momento, un attimo, un sussulto della vita stessa.
La preda non corre tutta la sua vita come il predatore non necessità della velocità in ogni istante della sua esistenza. Nel ruolo di preda o di predatore tuttavia la velocità sembra assumere un senso, un estremo significato all’interno dell’ordine naturale.
Calata nella vita psichica umana la velocità del pensare, del decidere, dell’agire umano appare innaturale, dissonante, incongrua. Pensare sempre più velocemente, decidere sempre più velocemente, agire sempre più velocemente non richiamano alla mente l’attacco e la fuga dell’animale, cioè la necessità della vita, un significato e un senso naturali.
Le velocità dell’era turbo-liberista evocano al contrario l’abisso collettivo. L’impossibilità di rappresentarsi la natura e di sintonizzarsi con essa da parte della collettività umana.
Del resto un pensiero veloce tende al “non pensiero” cioè all’impulso. Dove non c’è pensiero c’è l’agire. Una decisione veloce è un agito. La povertà di pensiero e di visione della politica degli ultimi venticinque anni ha trasformato le scelte in riflessi. Emerge drammaticamente l’istanza psicologicamente regressiva della cultura post-capitalistica. La velocità come strumento bulimico, accumulatorio, predatorio in risposta ad un sentimento di vuoto e di assenza di senso. Il pensiero che scompare viene rappresentato dal pensiero veloce.
         Il politico veloce, nel pensiero e nella decisione, non ascolta l’altro, non si sofferma sulla perplessità dell’interlocutore. Egli è percepito come un virtuoso, un uomo efficiente, performante, veloce appunto. Il pensiero politico veloce è un nuovo valore mentre il pensiero del maniaco è una patologia, come lo è la velocità del bimbo iperattivo o l’eiaculazione precoce. La velocità è  ben codificata in psichiatria anche se gli psichiatri si guardano bene dal qualificare nosograficamente le smanie del potere.
Eppure, a ben guardare, anche chi scrisse una legge finanziaria “in dieci minuti” vantandosene (luglio 2008), potrebbe avere avuto dei problemi psichiatrici, allo stesso modo di chi oggi interpreta la responsabilità politica con la frenesia di decidere e di cambiare il mondo. In politica decidere velocemente è spesso un atto autoritario e non un gesto di responsabilità. I pensieri corti sono l’anticamera dell’autoritarismo anche se travestiti da efficienza e da slogan comunicativamente efficaci. Il protagonismo maniacale, il narcisismo, il leaderismo carismatico sono tipiche espressioni delle società occidentali decadenti, marcescenti e senza etica. Esse assumono sovente caratteristiche deliranti dove l’onnipotenza è una necessità della psiche e del ruolo istituzionale e la performance una necessità irrazionale.
L’immaginario dell’era tecno-finanziaria è incentrato sulla performance fine a se stessa. Produttivismo ed efficientismo hanno invaso l’immaginario collettivo a tal punto che nessuno è più in grado di comprenderne la convenienza per le masse. Un esempio piuttosto efficace è rappresentato dai manager di grandi multinazionali, di holding finanziarie  i quali pur portando al fallimento le loro aziende ricevono elargizioni e premi milionari. Sono performanti anche nel fallire, sono produttivi anche quando rubano e sono efficienti anche quando sono palesemente incapaci.
Naturalmente l’interesse collettivo è proiettato sul vigile che timbra in mutande piuttosto che sul manager fallito e premiato per le sue qualità devianti. La mente collettiva appare preda di una potente identificazione con l’aggressore che distorce la realtà, placa il dolore, ma che spinge la collettività a difendere strenuamente le proprie catene.