lunedì 25 maggio 2015

La sconcezza del limite nella società della dismisura


L’idea di limite è sconcia, peccaminosa e perciò rifiutata dalla realtà storica che abitiamo. Il limite, la misura, la finitudine sono idee del tempo andato. Concetti del secolo scorso. Parole antiche cariche di angoscia, di tristezza, di arretratezza. Il limite evoca la morte, il soffocamento della società, la repressione. Non più limiti all’impresa, al sistema produttivo, al sistema finanziario. Il limite è una malattia, il cancro che consuma il tessuto sociale, che blocca le energie, che spegne la vita. Ma mentre scompare dagli orizzonti dell’impresa, del mercato, della finanza riaffiora come un fiume carsico all’interno del confine quotidiano della vita, laddove la gente si dimena, soffre, confligge, muore. E’ nella natura dell’autoritarismo limitare la gente e liberare il potere economico e finanziario. La repressione addizionale di Marcuse è per le masse, mentre il Dio mercato soddisfa le sue pulsioni, libero dai freni, dai limiti, dalle regolazioni.
Non c’è limite al problema ecologico. Lo sfruttamento delle risorse naturali, il problema dell’inquinamento, lo stupro del paesaggio, la cementificazione dei terreni agricoli sono esenti da limiti e quindi dalla sconcezza e dal peccato. Il potere percepisce come sconcio il limite alla crescita, allo sviluppo, alla finanza. Qui sta il peccato. L’offesa al Dio Globale. Quest’orizzonte è sempre più lontano e avverso alla vita comune, è un mondo smisurato, sempre più vorace, illimitato, onnipotente. Qui la dimensione tragica dell’uomo nietzschiano, l’uomo che non è più nulla.

A ben guardare nella cultura che abitiamo quando il concetto di limite viene evocato in genere viene a concretizzarsi, ad attuarsi all’interno del confine vitale delle masse, cioè va ad incidere negativamente nella vita della gente. Gli esempi più limpidi e concreti di limite agito nei confronti dei cittadini sono le cosiddette riforme: quella delle pensioni, del lavoro, dell’istruzione, della salute, della casa. Tutte riforme che regolano verso il basso la vita della gente, ma fatte in nome e per conto della gente.
Quando il limite viene evocato verso l’alto nella direzione del potere produttivo, finanziario lo si colloca nel campo dell’ideologia. Il limite è colto come errore, fallacia, peccato, sconcezza, offesa. Le posizioni limitative, regolative vengono appunto considerate ideologie, cioè posizioni prese sulla base di una visione predefinita dei rapporti sociali, dello stato, delle attività produttive.
Questa è una mistificazione che il sistema produce che è il risultato del realizzarsi del pensiero unico, cioè di una modalità di approcciare il mondo che parte dal presupposto che quello che noi occidentali viviamo è il mondo migliore possibile, è il massimo ottenibile dalla politica.
Il capitalismo e la cultura che lo sostiene considerano ideologico (spesso con la qualifica di marxista) il posizionamento regolativo nella direzione dei poteri forti. Il limite in questo senso è descritto come una sconcezza, un peccato, un errore se non come violenza.

La sconcezza del limite è in definitiva la sconcezza del marxismo e dei suoi derivati culturali e politici, mentre il pensiero unico di stampo neoliberista che innerva il sistema dei partiti senza significative eccezioni, assumerebbe i connotati della verità.
La complessità del sistema è tale e tanta che la mente collettiva stenta a trovare gli elementi riflessivi e critici per orientarsi, per capire. L’ideologia unica è un’ideologia non dichiarata, che non si muove alla luce del sole, che preferisce lavorare in sordina.
Il cittadino viene spogliato della pluralità di vedute possibili. Si tende alla semplificazione della realtà. Alla velocizzazione delle decisioni. A escludere la pluralità in nome dell’efficientismo. Questa spoliazione del pensiero è rassicurante, pacificatrice, ansiolitica e per questo accettata di buon grado.  Marcuse la definì “una levigata, dolce non libertà”.
Questo processo mistificatorio è talmente sofisticato e radicato che lo scorgiamo spesso anche nella nostra quotidianità nel pensionato seduto al bar, nel professore universitario, nello studente, nell’operaio, nel disoccupato. Tutti si fanno persuasi che le ideologie sono morte e che il mondo vada gestito tenendo conto dei problemi che via via si presentano, senza un progetto, una visione sociale e culturale. L’uomo a una dimensione appunto per rimanere nelle categorie Marcusiane.
Accettiamo di buon grado l’idea che questo è il mondo unico possibile, senza sapere che il mondo unico possibile che abitiamo è un concreto risultato ideologico, il frutto di una chiara visione politica, di un progetto ben definito, di una visione nitida dello stato, di precisi rapporti produttivi e sociali. Che ci piaccia o no dietro c’è un’ideologia che ha un nome, una storia e dei referenti di potere e d’interessi.
L’esito più chiaro di questo modello di sviluppo lo scorgiamo in tutta la sua drammaticità nel rapporto uomo-natura. È nel legame perverso con la natura che cogliamo la pulsione distruttiva, lo spirito cinico e mortifero del capitalismo tardo. È in questo orizzonte che possiamo avvertire il pericolo. È lì che ci imbattiamo con “L’individuo osceno”, “L’obeso” di Giorgio Gaber. È lì che ci scopriamo estranei alla natura. Scopriamo la natura come “altro da noi”, e il dolore che il tecnopensiero ci fa sentire con il suo potere distruttivo sul mondo naturale.
L’orizzonte ecologico rappresenta l’ancora del pensiero critico.  Se la crescita non ha limiti, secondo quanto osservano i “nuovi sacerdoti” dell’economia, tuttavia le risorse che abbiamo a disposizione sono limitate. L’incompatibilità tra sviluppo delle forze produttive ed ecologia è un dato oggettivo. In tal senso sia il sistema capitalistico sia il postulato produttivista di stampo marxista sono accomunabili. La prospettiva ecologica infatti non sembra trovare approdi sicuri ne nel comunismo ne nel capitalismo. Entrambi configurano un rapporto con la natura di tipo predatorio, sfruttatorio, distruttivo.
L’opzione ecologica include l’uomo e la sua finitudine e guarda il mondo naturale nell'armonia del limite senza sconcezza. L'ecologia vive nel calore protettivo della regola, nella consapevolezza dei limiti dell'uomo, nella danza infinita delle creature. Il pensiero ecologico ricolloca l'uomo dentro l’ordine naturale e lo orienta verso la cura del bene comune.