giovedì 29 ottobre 2015

Il consumo di morte e di paura. La mistificazione sul femminicidio

   Da alcuni anni siamo storditi dall'attenzione giornalistica televisiva che spettacolarizza fatti di cronaca nera con ore di trasmissioni televisive in tutte le fasce orarie. l'immaginario necrofilo italiano è quotidianamente stimolato da una moltitudine di cronisti che si avvicendano sotto le case di vittime e assassini alla ricerca di testimonianze truculente, pianti e rabbie da offrire in pasto ad un pubblico sempre più alla ricerca di sensazioni mortifere o di momenti di compiacimento sadico dell'altrui sofferenza. Gli scenari mediatici sono spesso conditi dalla presenza di esperti afferenti alle più diverse discipline, che concorrono, con l'autorevolezza della scienza, a rendere più piacevole il banchetto. 
  Il consumo di morte televisiva appare irrefrenabile. Assume ormai le caratteristiche dell'impulso. Il consumatore di morte è in genere un cittadino medio, di media cultura, di media posizione, di media religiosità. E' un cittadino impaurito e insicuro che si aiuta maldestramente esorcizzando la morte nello spettacolo offerto dalla brutale fine della vita altrui. Gustare la morte degli altri, narrata sapientemente dai media, è la sua passione. Lo rilassa. Lo appaga. 
  Le passeggiate delle mamme con i loro bambini di fronte al luogo del delitto di Avetrana, le scampagnate nella pineta delle Casermette di Civitella Del Tronto sono solo due esempi dell'abbeveraggio necrofilo di cui necessitano le pulsioni aggressive collettive. 
  La morte spettacolarizzata mobilita i nostri fantasmi, sollecita i "mostri che abbiamo dentro", ci allontana dal sacro, dal mistero. La morte perde così il suo significato e con essa la vita stessa. Il quadro culturale è desolante. Restiamo sgomenti di fronte ad uomo ridotto a divorare l'immagine televisiva della morte nell'inconsapevole tentativo di riconciliarsi con la propria dipartita. E' qui  che si condensa l'inautenticità esistenziale a cui faceva riferimento Heidegger. La non consapevolezza di essere per la morte.
I media continuano a costruire l'immagine di una società insicura e violenta. A dipingere un mondo di paure e di pericoli, come se nel passato fossimo vissuti  in una società migliore dal punto di vista della violenza, della paura, del crimine in generale. 
Il tema del "femminicidio" è esemplificativo di quanto vado affermando. Negli ultimi tre anni circa abbiamo potuto notare una notevole impennata di notizie inerenti l'omicidio di donne da parte di uomini affiancate da dati spesso sbagliati e fuorvianti che hanno finito per generare nell'opinione pubblica l'idea che questo tipo di reato fosse in costante e pericoloso aumento. Hanno saputo vendere morte e paura mistificando e distorcendo la realtà.
  Di seguito ho voluto riportare due semplici grafici che invece dimostrano l'esatto contrario dell'informazione mediatica. Sono dati che chiunque può ottenere e portare al cospetto dell'analisi critica: politici, giornalisti, cittadini. 

   



grafico 1
   
  Il grafico 1 mette in evidenza il significativo calo degli omicidi totali in Italia dal 1991 ad oggi insieme a tutti reati violenti. 


grafico 2

  Il grafico 2 rappresenta la sostanziale diminuzione, accanto agli omicidi totali, dei cosiddetti femminicidi. I femminicidi aumentano solo in rapporto agli omicidi totali e ciò è dovuto al fatto che gli omicidi, nel loro insieme, sono nettamente diminuiti.

  Queste banali evidenze statistiche stanno a dimostrare che il mercato della morte e della paura non ha alcuna volontà di informare correttamente la gente. Il buon consumatore non va informato, va imbeccato con cura e attenzione.
  Paura e morte sono diventate merci come tante. Esse vanno vendute come le altre cose ricavandone profitto. Quando non le si vende possono servire a creare consenso, a spostare l'attenzione dai problemi veri, a confondere l'opinione pubblica, a vendere altre merci: ad esempio armi e sistemi di sicurezza.
  Non è vero che viviamo in una società meno insicura rispetto a 30 anni fa. E' falso affermare che viviamo in una società più violenta rispetto al passato. Siamo tutti sotto l'azione di un'effetto distorcente mediatico che ci fa apparire meno pericoloso il politico corrotto rispetto a chi ruba pile al supermercato. Che ci induce a pensare che un uomo di mafia è meno pericoloso di un borseggiatore o di un topo di appartamento.
  Siamo soggetti ad un potere mediatico che da almeno tre anni sparge falsità sul femminicidio rappresentandolo come un reato nuovo e allarmante, mentre è paradossalmente in diminuzione e vecchio come il cucco. Un potere mediatico che crea nuovi reati, il femminicidio appunto, che addirittura spinge un presidente del consiglio a riunire il consiglio dei ministri e deliberare in urgenza il 14 agosto del 2013. Questo è veramente allarmante!

lunedì 25 maggio 2015

La sconcezza del limite nella società della dismisura


L’idea di limite è sconcia, peccaminosa e perciò rifiutata dalla realtà storica che abitiamo. Il limite, la misura, la finitudine sono idee del tempo andato. Concetti del secolo scorso. Parole antiche cariche di angoscia, di tristezza, di arretratezza. Il limite evoca la morte, il soffocamento della società, la repressione. Non più limiti all’impresa, al sistema produttivo, al sistema finanziario. Il limite è una malattia, il cancro che consuma il tessuto sociale, che blocca le energie, che spegne la vita. Ma mentre scompare dagli orizzonti dell’impresa, del mercato, della finanza riaffiora come un fiume carsico all’interno del confine quotidiano della vita, laddove la gente si dimena, soffre, confligge, muore. E’ nella natura dell’autoritarismo limitare la gente e liberare il potere economico e finanziario. La repressione addizionale di Marcuse è per le masse, mentre il Dio mercato soddisfa le sue pulsioni, libero dai freni, dai limiti, dalle regolazioni.
Non c’è limite al problema ecologico. Lo sfruttamento delle risorse naturali, il problema dell’inquinamento, lo stupro del paesaggio, la cementificazione dei terreni agricoli sono esenti da limiti e quindi dalla sconcezza e dal peccato. Il potere percepisce come sconcio il limite alla crescita, allo sviluppo, alla finanza. Qui sta il peccato. L’offesa al Dio Globale. Quest’orizzonte è sempre più lontano e avverso alla vita comune, è un mondo smisurato, sempre più vorace, illimitato, onnipotente. Qui la dimensione tragica dell’uomo nietzschiano, l’uomo che non è più nulla.

A ben guardare nella cultura che abitiamo quando il concetto di limite viene evocato in genere viene a concretizzarsi, ad attuarsi all’interno del confine vitale delle masse, cioè va ad incidere negativamente nella vita della gente. Gli esempi più limpidi e concreti di limite agito nei confronti dei cittadini sono le cosiddette riforme: quella delle pensioni, del lavoro, dell’istruzione, della salute, della casa. Tutte riforme che regolano verso il basso la vita della gente, ma fatte in nome e per conto della gente.
Quando il limite viene evocato verso l’alto nella direzione del potere produttivo, finanziario lo si colloca nel campo dell’ideologia. Il limite è colto come errore, fallacia, peccato, sconcezza, offesa. Le posizioni limitative, regolative vengono appunto considerate ideologie, cioè posizioni prese sulla base di una visione predefinita dei rapporti sociali, dello stato, delle attività produttive.
Questa è una mistificazione che il sistema produce che è il risultato del realizzarsi del pensiero unico, cioè di una modalità di approcciare il mondo che parte dal presupposto che quello che noi occidentali viviamo è il mondo migliore possibile, è il massimo ottenibile dalla politica.
Il capitalismo e la cultura che lo sostiene considerano ideologico (spesso con la qualifica di marxista) il posizionamento regolativo nella direzione dei poteri forti. Il limite in questo senso è descritto come una sconcezza, un peccato, un errore se non come violenza.

La sconcezza del limite è in definitiva la sconcezza del marxismo e dei suoi derivati culturali e politici, mentre il pensiero unico di stampo neoliberista che innerva il sistema dei partiti senza significative eccezioni, assumerebbe i connotati della verità.
La complessità del sistema è tale e tanta che la mente collettiva stenta a trovare gli elementi riflessivi e critici per orientarsi, per capire. L’ideologia unica è un’ideologia non dichiarata, che non si muove alla luce del sole, che preferisce lavorare in sordina.
Il cittadino viene spogliato della pluralità di vedute possibili. Si tende alla semplificazione della realtà. Alla velocizzazione delle decisioni. A escludere la pluralità in nome dell’efficientismo. Questa spoliazione del pensiero è rassicurante, pacificatrice, ansiolitica e per questo accettata di buon grado.  Marcuse la definì “una levigata, dolce non libertà”.
Questo processo mistificatorio è talmente sofisticato e radicato che lo scorgiamo spesso anche nella nostra quotidianità nel pensionato seduto al bar, nel professore universitario, nello studente, nell’operaio, nel disoccupato. Tutti si fanno persuasi che le ideologie sono morte e che il mondo vada gestito tenendo conto dei problemi che via via si presentano, senza un progetto, una visione sociale e culturale. L’uomo a una dimensione appunto per rimanere nelle categorie Marcusiane.
Accettiamo di buon grado l’idea che questo è il mondo unico possibile, senza sapere che il mondo unico possibile che abitiamo è un concreto risultato ideologico, il frutto di una chiara visione politica, di un progetto ben definito, di una visione nitida dello stato, di precisi rapporti produttivi e sociali. Che ci piaccia o no dietro c’è un’ideologia che ha un nome, una storia e dei referenti di potere e d’interessi.
L’esito più chiaro di questo modello di sviluppo lo scorgiamo in tutta la sua drammaticità nel rapporto uomo-natura. È nel legame perverso con la natura che cogliamo la pulsione distruttiva, lo spirito cinico e mortifero del capitalismo tardo. È in questo orizzonte che possiamo avvertire il pericolo. È lì che ci imbattiamo con “L’individuo osceno”, “L’obeso” di Giorgio Gaber. È lì che ci scopriamo estranei alla natura. Scopriamo la natura come “altro da noi”, e il dolore che il tecnopensiero ci fa sentire con il suo potere distruttivo sul mondo naturale.
L’orizzonte ecologico rappresenta l’ancora del pensiero critico.  Se la crescita non ha limiti, secondo quanto osservano i “nuovi sacerdoti” dell’economia, tuttavia le risorse che abbiamo a disposizione sono limitate. L’incompatibilità tra sviluppo delle forze produttive ed ecologia è un dato oggettivo. In tal senso sia il sistema capitalistico sia il postulato produttivista di stampo marxista sono accomunabili. La prospettiva ecologica infatti non sembra trovare approdi sicuri ne nel comunismo ne nel capitalismo. Entrambi configurano un rapporto con la natura di tipo predatorio, sfruttatorio, distruttivo.
L’opzione ecologica include l’uomo e la sua finitudine e guarda il mondo naturale nell'armonia del limite senza sconcezza. L'ecologia vive nel calore protettivo della regola, nella consapevolezza dei limiti dell'uomo, nella danza infinita delle creature. Il pensiero ecologico ricolloca l'uomo dentro l’ordine naturale e lo orienta verso la cura del bene comune.