martedì 30 dicembre 2014

I luoghi che creano disagio

L'architetto Alvar Aalto descriveva le realtà metropolitane come ambienti "inorganici". Ambienti statici che non si armonizzano con la natura. Uno sguardo alle nostre periferie urbane ci fa capire l'importanza delle sue osservazioni. 
Milioni di uomini sono costretti ad esprimere la loro vita all'interno di ambienti  estranei alla dimensione naturale. Milioni di cittadini vivono in solitudine insieme ad altri in città progettate e realizzate senza alcuna idea di uomo e di natura, ma sulla base di criteri e finalità di tipo economicistico e speculative.  
Spesso mi viene in mente l'immagine di un uomo in meditazione di fronte ad un paesaggio montano contrapposto a quella di un centro commerciale colmo di gente.
Mentre l'uomo in meditazione esprime il senso di unità con l'ambiente circostante, il centro commerciale rimanda alla solitudine profonda dell'uomo e alla perdita di sintonia con la natura e con il mondo. Un luogo di consumo contrapposto alla semplicità del rapporto con il contesto naturale.
Non va dimenticato che i contesti ambientali in cui nasciamo e viviamo contribuiscono alla costruzione della mente e al suo equilibrio. 
Tutto ciò che rende disarmonico il mondo che abbiamo davanti può essere ragionevolmente considerato ambiente inorganico secondo i canoni del movimento dell'architettura organica di cui Alvar Aalto, Rudolf Steiner e altri sono stati autorevoli rappresentanti. 
Quando gli ambienti creati dall'uomo non rappresentano l'aspetto esteriore e visibile della dimensione animica e spirituale dell'uomo essi tendono ad estraniarlo dalla natura e dal suo procedere ciclico. 
Mi pare piuttosto chiaro che la gran parte delle opere umane negli ultimi settanta anni mostrano i segni dell'incapacità di intercettare gli aspetti profondi della natura umana. E' da un po' di anni che di fronte alle opere pubbliche non proviamo alcuna meraviglia per quanto possiamo ragionevolmente utilizzarle nella nostra vita.
Se Enea Silvio Piccolomini, per fare un esempio, vedeva Pienza come "Città Utopia" caricandola di tensione ideale, di sogno, non possiamo non notare come oggi giorno gli uomini di potere e i tecnici che li seguono operino con tutt'altri criteri. 
Le opere di oggi sono prive di bellezza e di armonia. Sono opere che servono, sono utili (e non sempre è vero), ma non hanno nulla di bello, di ideale, di naturale. Sono opere che hanno rinnegato Vitruvio che poneva la Venustatis accanto alla firmitatis e alla utilitatis (la triade vitruviana in architettura accomunava solidità, utilità e bellezza). Persino la chiesa, che nella storia ha sempre ricercato la bellezza con opere cariche di meraviglia oggi realizza chiese spesso brutte e inospitali. Se la bellezza avvicina a Dio potremmo con certezza dire che le chiese moderne hanno contribuito a restringere il perimetro del trascendente.
Le periferie metropolitane sono un esempio tipico dell'incapacità umana di mantenere il legame con la dimensione animica. Questi ambienti di vita sono stati realizzati senza alcun pensiero ideale, senza pensare all'uomo e alle sue istanze interiori, psicologiche, sociali, spirituali. 
Le periferie mancano del genius loci, di quello "spirito del luogo" di cui avvertiamo la presenza quando siamo ospitati in un contesto ambientale improntato alla bellezza. Esse non sono in grado di mobilitare in positivo la nostra interiorità. Non rimandano movimenti identitari anzi tendono, al contrario, a diffondere l'identità individuale e gruppale, a disgregare il senso di appartenza. La disarmonia emotiva, estetica e sociale è forse l'aspetto che maggiormente colpisce l'esperienza della periferia urbana.
Politici, architetti e ingegneri che hanno realizzato questi spazi di vita hanno favorito il disagio individuale e collettivo seppure nel tentativo di rispondere ad esigenze reali di vita di molti cittadini.
Con le loro scelte hanno fatto sì che generazioni di cittadini finissero in contesti di vita dai quali non hanno potuto trarre gli elementi di armonia e di bellezza in grado di nutrire la vita interiore, di generare armonia con il contesto. 
Le periferie urbane sono diventate i luoghi di deposito dei sedimenti non metabolizzati dei processi socioeconomici. La sofferenza si sposta in periferia e si genera nelle periferie. Le periferie sono l'inconscio sociale dove gli accadimenti rappresentano pulsioni che si esprimono senza tempo e regole.  Sono luoghi nei quali è difficile costruire il senso, dove è impossibile riconoscere significati. 
Ma quale uomo può sopportare la vita senza costruire significati?
L'interno della casa è l'unica dimensione dove ci si può riconoscere quando si mostra adeguata e rispettosa dell'umanità. Il perimetro domestico della casa è il confine che l'uomo delle periferie da al proprio Io perché lo spazio periferico pubblico non è in grado di generare moti interiori. 
Questi luoghi invitano a rivedere non solo il ruolo della politica, del pensiero architettonico e urbanistico, che è e rimane il maggiore responsabile dello scempio, ma anche a riflettere sul lavoro delle professioni di aiuto. 
La psicologia ed in particolare la psicologia ambientale deve diventare riferimento scientifico nei processi decisionali pubblici diretti alla progettazione e alla realizzazione di questi luoghi di vita. Deve farsi promotrice di un pensiero ecologico che salvaguardi i contesti naturali e favorisca il recupero di un rapporto armonico tra uomo e natura.
Occorre immaginare una psicologia che è in grado di riavvicinarsi alle dimensioni costitutive della mente, della mente che costruisce senso, della mente che da significato, della mente che si sintonizza con il mondo circostante. Una psicologia che previene il disagio contaminando altri mondi professionali e ambiti decisionali di livello superiore. 
Se l'uomo d'oggi soffre perché perde la sua capacità economica o la sua casa occorre aiutarlo nel dargli un lavoro e una casa e non psicofarmaci e psicoterapie. Se esigiamo il rispetto per l'ambiente urbano da parte dei giovani sarebbe opportuno che offriamo loro spazi di socialità degni di considerazione affettiva e di rispetto. Se vogliamo ridurre la violenza occorre avvolgere la vita sociale di cose da amare.
Eppure, anche in questi numerosissimi casi di depressione, vandalismo e di violenza plotoni di psicoterapeuti e psichiatri sono pronti ad offrire gli armamentari tipici del potere sanitario relegando la sofferenza legata all'assenza del diritto ad etichetta diagnostica e a malattia. 
Essere definiti malati del resto è economicamente più conveniente, meno conflittuale e colpevolizzante sul piano psicologico.