sabato 18 maggio 2013

Franco Basaglia e il recupero della soggettività


Divenire malati è una condizione particolare nella quale, improvvisamente, gli occhi di chi ci guarda appaiono  diversi della quotidianità normale. Quando siamo malati gli altri assumono un atteggiamento emotivo-affettivo nuovo: protettivo, evitante, distaccato. Dipende dai casi. E' naturale che la malattia ci cambia e che cambi gli altri di conseguenza. Il dolore e la sofferenza che proviamo trasforma i nostri connotati sociali. La malattia cambia la nostra collocazione sociale, entriamo in un nuovo status: quello di malato appunto.
Lo status di malato ci viene conferito da un processo eminentemente medico chiamato diagnosi ("riconoscere attraverso"). Con la diagnosi acquisiamo nuovi diritti e una nuova condizione sociale: quella di cittadino malato. Il processo diagnostico attivato da uno stato di malattia è inevitabilmente caratterizzato dal potere cioè dall'asimmetria che si viene a creare tra chi è malato e "chi sà" rispetto a quel male. La relazione medico-paziente è inevitabilmente una relazione di potere finalizzata alla cura.
Ma non tutte le malattie sono uguali, non tutte le sofferenze sono assimilabili, non tutti i processi diagnostici sono simili. La malattia mentale è l'esempio più evidente di questa diversità.
La nascita della psichiatria come branca specifica della medicina diretta alla diagnosi e alla cura della malattia mentale, ha messo in luce come il potere del medico, in queste particolari situazioni, possa generare aberrazioni sociali.
La tradizione positivistica della malattia mentale che riduceva i disturbi mentali alle vicende molecolari spogliando il cittadino malato della sua individualità, della sua storia, ha generato il manicomio come "luogo di cura" dei matti. Il manicomio è un luogo di potere. Un potere spesso esercitato con la forza in nome della cura.
Basaglia ha riconosciuto questo problema insito nella pratica psichiatrica. Ha provveduto a distanziarsi dalla cultura positivistica per riconquistare l'uomo, la soggettività, il mondo il cui l'uomo vive e soffre. Questo processo di riconquista del soggetto in psichiatria significa in sostanza non ricondurre la sofferenza umana ad una diagnosi, alla "oggettivazione" dei sintomi.  Occorre invece, senza paura, entrare nella dimensione esistenziale della sofferenza, sintonizzando l'atto medico con la complessità della vita del paziente.
In questa prospettiva la polarità sano/malato di estrazione positivistica non è necessaria poiché all'uomo "gettato nel mondo" sono aperte tutte le modalità esistenziali. L'attenzione non è rivolta più al processo diagnostico, cioè ad imprigionare l'uomo dentro un'identità personale e sociale fondamentalmente autoreferenziale e autoritaria, ma capire come la persona esprime la sua sofferenza nel mondo in cui è "gettata", per usare la terminologia Husserliana.
Nell'articolo che vi propongo attraverso il link sottostante troverete una disamina puntuale ed esaustiva dell'esperienza umana e scientifica di Franco Basaglia.




Franco Basaglia. Cinquanta anni di lotte e successi di Roberta Riccato

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