giovedì 11 luglio 2013

Il paesaggio come bene relazionale

La mente umana non è il risultato semplicistico e meccanico di un programma genetico. Non possiamo considerarla come l’esito esclusivo delle relazioni familiari primarie o del rapporto con il contesto sociale. La mente invece è un prodotto ecologico come aveva indicato Gregory Bateson. E’ “la parte costituente della realtà materiale”. Il meraviglioso e sovraindividuale risultato di un complesso di fattori che la originano e ne curano l’equilibrio. La mente è “la colla che tiene insieme le stelle e gli anemoni di mare, le foreste di sequoia le commissioni e i consigli umani ..” (G.Bateson).
La mente umana include in sè il mondo. Non sta dentro la scatola cranica. La mente si estende sul mondo e il mondo è parte costitutiva della stessa. In tal senso la mente umana è ecologica, cioè costruisce il mondo esterno mentre quest'ultimo, a sua volta, la influenza.
Quando apriamo gli occhi, quando il mondo esterno compare innanzi a noi esso non si manifesta nella sua oggettività, nella sua presenza reale. Il mondo è esperienza soggettiva, esperienza personale, parte costitutiva della mente che lo costruisce. La realtà esterna è quindi una costruzione ed in questa prospettiva la distinzione tra soggetto e oggetto non interessa più. Osservatore e osservato sono la stessa cosa.

In genere siamo portati a pensare che le relazioni umane si originano e si sviluppano tra esseri viventi. Immaginiamo la relazione principalmente come un evento esclusivamente umano o che scaturisce tra umani. Il senso comune coglie la relazione umana come qualcosa che include necessariamente in sé la presenza di persone. L’altro è qualcosa che vive, che comunica attivamente, che ti guarda, che ti è vicino affettivamente.
Questo modo di concepire la relazione e, più in generale la vita, sembra escludere che l’uomo possa stabilire relazioni significative con qualcosa non precisamente e oggettivamente collocabile nell’ambito, ampio, degli “esseri viventi”, il mondo delle creature. Le piante  ad esempio vengono spesso escluse dalla possibilità di diventare oggetti di relazione umana pur essendo esseri viventi. Tuttavia si è osservato che le piante sono per l’uomo fonte di scambio affettivo, di considerazione emotiva. La pianta si è addirittura trasformata in un valido strumento di promozione della salute e, in molti casi, di terapia.
L’opera d’arte nelle sue molteplici forme (grafica, pittorica, fotografica, cinematografica, musicale ecc..) ha visto trasformarsi il proprio significato assumendo via via valenze relazionali profonde e non meramente estetiche. L’opera d’arte può diventare momento di relazione fondamentale per l’uomo che la realizza e per chi ne fruisce.
L’altro quindi non è solo “l’umano” in senso stretto, ma ciò che interagisce con noi assumendo un significato affettivo, cioè è in grado di acquisire un valore simbolico. L’altro è tutto ciò che è in grado di contribuire significativamente a dare continuità alla nostra esperienza. L’alterità intesa in senso lato è ciò che riesce a realizzare identità personale e sociale, che organizza il senso esistenziale.

 Il paesaggio rientra pienamente nell’ambito degli “oggetti” relazionali primari. Esso è elemento costitutivo dello sviluppo mentale umano. In quanto costruttore d’identità esso è in grado di influenzare lo stato piscologico di una persona.
I geografi sono le figure che maggiormente si sono occupate di paesaggio. Hanno sviluppato questi argomenti e hanno approfondito il legame che si instaura tra l’uomo e i luoghi. Le correnti di pensiero e le conclusioni a cui sono giunte sono naturalmente diverse, ma sembrano convergere su un punto: il paesaggio fonda l’esperienza umana, influisce sulla vita dell’uomo, condiziona le sue scelte.
Del resto è intuitivo che un bel paesaggio crei armonia e che l’armonia aiuti la mente a stare bene. Di contro un paesaggio degradato, con le sue contraddizioni percettive, tende a turbare la mente in quanto disarmonico. In questo secondo caso avvertiamo il malessere.
Come sottolineato da Proshanky (1993) “il senso soggettivo del sé non è espresso unicamente dalle relazioni con gli altri, ma anche dalle relazioni con i vari setting fisici entro cui si specifica e si struttura la vita quotidiana”.
Il paesaggio è quindi parte fondativa del sé personale e aspetto rilevante nella costruzione dell’identità e del senso di appartenenza. In questa prospettiva perdere il paesaggio equivale a perdere  identità e ad impoverire il sé personale. Nella disarmonia del paesaggio è più probabile che l’uomo fatichi a dare coerenza alla propria esperienza, è più soggetto a vulnerabilità psicologiche e sociali perché non trova nel lavoro della sensualità un effetto armonico, elementi di riconoscimento del sé. Nel paesaggio armonico l’uomo tende a riconoscersi, a organizzare il senso esistenziale. Il sé si arricchisce, il disagio assume forme evolutive, naturali. Si sviluppa l’appartenenza. In questi casi il lavoro della sensualità rilascia alla mente umana un senso di  unità profuso dall’esperienza armonica del paesaggio.

La tutela del paesaggio quindi non può configurarsi solo come mera difesa di un patrimonio estetico, oggettivo, materiale.  Tutelare il paesaggio significa tutelare una relazione umana positiva, significa alimentare il sé personale, difendere la costituzione identitaria personale e collettiva. Il paesaggio perduto o consumato genera un vuoto di relazione, è un “lutto identitario” personale e collettivo, è una limitazione del sé che non si riconosce, è perdita di senso esistenziale. 

sabato 18 maggio 2013

Franco Basaglia e il recupero della soggettività


Divenire malati è una condizione particolare nella quale, improvvisamente, gli occhi di chi ci guarda appaiono  diversi della quotidianità normale. Quando siamo malati gli altri assumono un atteggiamento emotivo-affettivo nuovo: protettivo, evitante, distaccato. Dipende dai casi. E' naturale che la malattia ci cambia e che cambi gli altri di conseguenza. Il dolore e la sofferenza che proviamo trasforma i nostri connotati sociali. La malattia cambia la nostra collocazione sociale, entriamo in un nuovo status: quello di malato appunto.
Lo status di malato ci viene conferito da un processo eminentemente medico chiamato diagnosi ("riconoscere attraverso"). Con la diagnosi acquisiamo nuovi diritti e una nuova condizione sociale: quella di cittadino malato. Il processo diagnostico attivato da uno stato di malattia è inevitabilmente caratterizzato dal potere cioè dall'asimmetria che si viene a creare tra chi è malato e "chi sà" rispetto a quel male. La relazione medico-paziente è inevitabilmente una relazione di potere finalizzata alla cura.
Ma non tutte le malattie sono uguali, non tutte le sofferenze sono assimilabili, non tutti i processi diagnostici sono simili. La malattia mentale è l'esempio più evidente di questa diversità.
La nascita della psichiatria come branca specifica della medicina diretta alla diagnosi e alla cura della malattia mentale, ha messo in luce come il potere del medico, in queste particolari situazioni, possa generare aberrazioni sociali.
La tradizione positivistica della malattia mentale che riduceva i disturbi mentali alle vicende molecolari spogliando il cittadino malato della sua individualità, della sua storia, ha generato il manicomio come "luogo di cura" dei matti. Il manicomio è un luogo di potere. Un potere spesso esercitato con la forza in nome della cura.
Basaglia ha riconosciuto questo problema insito nella pratica psichiatrica. Ha provveduto a distanziarsi dalla cultura positivistica per riconquistare l'uomo, la soggettività, il mondo il cui l'uomo vive e soffre. Questo processo di riconquista del soggetto in psichiatria significa in sostanza non ricondurre la sofferenza umana ad una diagnosi, alla "oggettivazione" dei sintomi.  Occorre invece, senza paura, entrare nella dimensione esistenziale della sofferenza, sintonizzando l'atto medico con la complessità della vita del paziente.
In questa prospettiva la polarità sano/malato di estrazione positivistica non è necessaria poiché all'uomo "gettato nel mondo" sono aperte tutte le modalità esistenziali. L'attenzione non è rivolta più al processo diagnostico, cioè ad imprigionare l'uomo dentro un'identità personale e sociale fondamentalmente autoreferenziale e autoritaria, ma capire come la persona esprime la sua sofferenza nel mondo in cui è "gettata", per usare la terminologia Husserliana.
Nell'articolo che vi propongo attraverso il link sottostante troverete una disamina puntuale ed esaustiva dell'esperienza umana e scientifica di Franco Basaglia.




Franco Basaglia. Cinquanta anni di lotte e successi di Roberta Riccato

sabato 2 febbraio 2013

Due pasti e 10 litri d’acqua al giorno





Burkina Faso. Paese degli integri

 I video e le frasi che seguono appartengono all'esperienza umana e politica del presidente del Burkina Faso Thomas Sankara ucciso da volontà occidentali il 15 ottobre 1987. Si intuisce come l'Italia si trovi oggi nelle stesse condizioni di dominio e di soggezione politica ed economica che Sankara denunciava a metà degli '80.
L'atteggiamento intransigente, chiaro e libero di Sankara nei confronti dei creditori occidentali e la sua battaglia politica per liberare la sua gente dalla miseria e dalla sopraffazione gli sono costati la vita. L'obiettivo di poter dare alla sua gente "due pasti e 10 litri di acqua la giorno" fu raggiunto (insieme a molti altri) nei suoi quattro anni di governo (1983-1987). 
Thomas Sankara, nel suo brevissimo passaggio politico, ha lasciato a L'Africa un messaggio di speranza  e di lotta chiaro e forte: i popoli devono imparare l'autoderminazione, crescere in autonomia e nella libertà.
 L'occidente nell'atto di tendere una mano di aiuto ha costantemente oppresso altri popoli. Spesso lo ha fatto con le armi, oggi preferisce utilizzare il credito e il debito. Non è cambiato nulla per la gente. Per liberarsi da tutto ciò occorre intransigenza, integrità morale e il protagonismo della gente.

Il discorso sul debito 29 luglio 1987




« Il debito pubblico nella sua forma attuale, controllata e dominata dall’imperialismo, è una riconquista dell’Africa sapientemente organizzata, in modo che la sua crescita e il suo sviluppo obbediscano a delle norme che ci sono completamente estranee. In modo che ognuno di noi diventi schiavo finanziario, cioè schiavo assoluto, di coloro i quali hanno avuto l’opportunità, l’intelligenza, la furbizia, di investire da noi con l’obbligo di rimborso. »
Thomas Isidore Noel Sankara




“Parlo in nome delle madri che nei nostri Paesi impoveriti vedono i propri figli morire di malaria o di diarrea, senza sapere dei semplici mezzi che la scienza delle multinazionali non offre loro, preferendo investire nei laboratori cosmetici o nella chirurgia plastica a beneficio del capriccio di pochi uomini e donne il cui fascino è minacciato dagli eccessi di assunzione calorica nei loro pasti, così abbondanti e regolari da dare le vertigini a noi del Sahel…” 


«Facciamo sì che il mercato africano sia davvero il mercato degli africani. Produrre in Africa, trasformare in Africa e consumare in Africa (...) È per noi il solo modo di vivere liberamente e degnamente».