mercoledì 10 agosto 2011

Violenza e comunicazione

La violenza che sta attraversando in largo e in lungo l'Inghilterra suscita letture generalmente univoche nel mondo mediatico. Tutti sembrano convergere sulla conclusione che si tratta di delinquenza e basta. Osservatori, giornalisti e politici si ritrovano a condividere la spiegazione di questa esplosione di violenza collettiva attribuendone le cause alle caratteristiche devianti di quei giovani, alla loro aggressività, al loro vuoto di pensiero, all'insensatezza della loro rabbia distruttiva.
Quei giovani vengono rappresentati come avulsi da forme di contestazione strutturata fatta di contenuti, di progetti di trasformazione sociale, di appartenenza a organizzazioni politiche, di visioni ideologiche. Essi sono "Feccia" o "Mantenuti di stato" come ha scritto qualche illustre italiano. Sono animali spinti da pulsioni aggressive e distruttive senza struttura o barlumi di pensiero. Sono giovani privi di consapevolezza sociale, senza alcuna idealità e che non sanno fare altro che comunicare il disagio in maniera primitiva, degradata e apertamente istintiva.
Si tratta tuttavia di giovani, in molti casi di adolescenti. Nessuno dovrebbe trascurare questo aspetto. Nelle società occidentali sono i giovani la porta da cui fuoriesce la sofferenza sociale che è largamente presente.
Non è un caso che la violenza collettiva, sociale è prevalentemente giovanile. E' stato sempre così. Sia quando si esprime nelle forme strutturate della lotta politica e culturale o quando si realizza nelle tifoserie calcistiche, sia quando trova espressione in comportamenti apparentemente più spontanei e pretestuosi come ad esempio nel caso dei giovani inglesi.
La violenza giovanile di tipo collettivo è un segno inequivocabile di un disagio sociale più ampio le cui cause sono decifrabili e concrete. E' un segno di una reazione autoimmune della società. Una risposta interna a un equilibrio carente.
I giovani si fanno carico, spesso inconsapevolmente, della più ampia sofferenza sociale. Il mondo giovanile nelle società occidentali ha sempre rappresentato il luogo sociale all'interno del quale le ingiustizie, le disuguaglianze e l'oppressione che il sistema produce si manifestano con più chiarezza. La droga e la violenza collettiva, nelle diverse forme espressive (tifoserie e altro) sono gli esempi più eclatanti e diffusi.
Nel caso della rivolta inglese le letture semplicistiche e riduttive del fenomeno, come sta avvenendo, ad esempio, attraverso le esternazioni del premier Cameron, rischiano di acuire il fenomeno. Il pugno duro del governo conservatore inglese, che lascia intendere una risposta sociale di tipo esclusivamente repressivo (1200 arresti in 24 ore), finirà per rafforzare il fenomeno.
L'azione violenta collettiva è comunicazione. Dice sempre cose in più rispetto a ciò che distrugge e ciò che viene distrutto non può essere l'unica motivazione della risposta di controllo sociale. Privilegiare solo l'aspetto criminale, che ovviamente va considerato, è purtroppo miope.
La violenza distruttiva a cui stiamo assistendo in Inghilterra non è "caotica" o "insensata". Essa al contrario ha una logica, una sua geometria e perfino delle regole ("Le regole del disordine" di Harrè).
Quei giovani sono la porta da cui fuoriesce la sofferenza sociale che non trova più riferimenti nelle rappresentanze istituzionali. La violenza per questi gruppi di giovani e adolescenti sta assumendo un valore identitario, un ruolo sociale e rischia di organizzare il senso della loro esperienza.
Una società che, di fronte ad ondate di violenza giovanile, non ammette la propria incapacità di offrire risposte alternative, che non è capace di autocritica, che non sa integrare ovvero creare senso di appartenenza e che si affida esclusivamente a risposte repressive è destinata al fallimento o, se vuole sopravvivere, ad assumere una natura autoritaria.

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