giovedì 29 dicembre 2011

Il ritorno all'essenzialità dell'uomo

Il processo di ristrutturazione capitalistica in atto, nel suo incedere tenace e sicuro dentro la vita sociale, nel suo penetrare la materialità della gente come una lama affilata, nel mentre semina sofferenza nei padri, nelle madri, nei figli e nelle istituzioni pubbliche, nell'osservare freddo e distante i cittadini suicidi che con il loro sangue testimoniano ciò che nessuno ha il coraggio di denunciare come violenza, nel mentre tutto questo accade si scorge, sotto la pelle delle masse, una nascente e inesorabile sensibilità. 
Si tratta di un processo di dissepoltura dell'essenzialità dell'uomo. L'essenzialità coperta da decenni di menzogne, di inganni, di illusioni. Le forze mistificatrici della vita non solo hanno liquefatto la struttura sociale, come direbbe Bauman, ma hanno finito per nascondere l'uomo a se stesso. I colpi assestati alla gente assopita, confusa, spaesata, smarrita e intorpidita hanno sollevato la polvere mistificatrice depositata sopra la coscienza collettiva. La riscoperta delle fondamenta della vita sociale, del senso di solidarietà e di condivisione, della compassione.
La gente comincia ad avvertire un senso di unità che sale dal profondo della coscienza individuale. Riscopre il senso di appartenenza che sgorga dal sentimento di oppressione che accomuna la maggioranza dell'umanità che popola il nostro mondo.
Un processo pericoloso per il sistema capitalistico di cui i suoi tenaci propugnatori non sembrano avere consapevolezza accecati come sono dall'ansia di conservare lo stato delle cose. 
E infatti se riscopre l'essenzialità della vita, contro la quale ha opposto la sua ideologia per decenni il sistema liberista coprendola di falsità, l'uomo finisce per riconsiderare il suo rapporto con il mondo, reinveste il valore della relazione umana, del legame con l'ambiente naturale, si riappropria delle sue fondamenta e dei beni primari ed essenziali. Ritorna inevitabilmente all'essenza della vita, ad investire il mondo con rinnovata semplicità.
La libertà non è più sentita all'interno della polarità produzione/consumo, ma nella possibilità di investire il mondo di un energia positiva all'interno di un nuovo sistema di relazione.
La centralità dell'individuo viene sostituita dalla forza del gruppo, dalla bellezza della vita sociale, dalla riscoperta dell'affettività. Sono valori attaccati, distrutti da almeno tre decenni di pragmatismo, di economicismo, di rampantismo, di miseria della politica, di superficializzazione, di infatilizzazione sociale. L'affermazione di forze egoistiche nell'ambito dell'economia e della finanza fino alla globalizzazione dei mercati e all'indietreggiamento dei diritti fondamentali. La politica ha semplicemente accompagnato questi processi di trasformazione. Li ha fatti propri in larga parte e in parte accettati come inevitabili. Una vera e propria collocazione servile, passiva della classe dirigente politica rispetto al potere economico.

E' giunto il momento che il cittadino utilizzi lo stile di vita come potente strumento di trasformazione, condizionamento sociale, di terapia della società malata che non guarisce attraverso lo strumento della politica e della delega del potere.
Lo stile di vita assurge, in questa prospettiva culturale, a disvelamento della persona nella sua dimensione sociale. Esso è arma individuale di trasformazione del sistema di produzione/consumo perché è in grado di scardinare il rapporto perverso tra il cittadino e il sistema economico che lo opprime.
Mentre un atleta, campionessa olimpionica, (Vedi Lo spot delle merendine ) da da mangiare merendine  alla figlia, mentre la "tata maggiore" dell' S.O.S. TATA, quella che corre in aiuto dei genitori in crisi, (Vedi lo spot della cioccolata della Tata ) ci invita a consumare la nota cioccolata amata da Nanni Moretti, noi dovremmo avere il coraggio di opporre a queste mistificazioni il pane unto con il nostro olio extravergine di oliva, con la salsiccia da spalmare, i biscotti fatti in casa e via aggiungendo. E' un lavoro educativo profondo che ci espone, da un lato, al conflitto, al sacrificio della relazione ferma e decisa con i nostri figli, ma dall'altro da il via ad un processo di rivoluzione sociale pacifica che scardina il presupposto economico globale su cui si fonda la nostra società.
Potete scegliere di comprare peperoni, melanzane, zucchine a gennaio durante una copiosa nevicata. Potete fidarvi della pasta "italiana" prodotta con grano americano o ucraino, acquistare prodotti solo sulla base di informazioni pubblicitarie piuttosto che valorizzare e sostenere il produttore che produce pasta rigorosamente con grano italiano.
Potete ostentare il vostro status sociale con un Suv o con un auto di pregio ("il lusso è un diritto", come sosteneva un famoso spot pubblicitario :Vedi Il lusso è un diritto), un auto che userete probabilmente da soli per gran parte della settimana e insieme alla famiglia la domenica. Potete comprare un viaggio a Sharm El Sheik senza aver mai visto gli Uffizi, avete quindi abdicato, in nome di forze occulte, all'esercizio critico e consapevole sulle vostre scelte personali e familiari.
La mente collettiva, per continuare nei mille esempi possibili, non è più capace di opporre un attività critica a chi afferma che è opportuno ridurre, anche di quattro volte, lo stipendio di un operaio della Crhysler come ha fatto Marchionne in America, senza che lo stesso manager ritocchi il suo di stipendio che supera di almeno 300 volte quello di un suo operaio. Così quando Mario Monti afferma che un paese più moderno è un paese che è capace di togliere regole come quelle previste dall'art.18 la mente collettiva non sembra in grado di cogliere fino in fondo l'ottocentesco significato della modernità di Monti. Siamo arrivati al punto che anche i "comunisti" cinesi sono più interessati al concetto di modernità di Mario Monti piuttosto che ai diritti di chi lavora e produce, cioè del mondo operaio e contadino per il quale tanti anni fa sono stati chiamati a governare la Cina.
La mente è invasa da contaminazioni come queste. L'uomo sembra condannato a vivere questa libertà, una libertà che non ha scelto.

lunedì 29 agosto 2011

L'orto. Anima e mistero



 Sarà capitato a molti di sedersi vicino a un cespuglio di basilico , magari la varietà più nota, il crispum, e una folata di aria strappi alle foglie, grandi e rigonfie, un'intenso profumo per portarlo al cospetto dell'olfatto.
Può capitare di accarezzare le estremità dei rami di un rosmarino sistemato lungo un sentiero e ritrovarsi invasi dal suo aroma resinoso e balsamico che sembra posarsi sulla pelle come se fosse polvere microscopica. Magari addentrarsi tra filari di piante di pomodoro e sentire la porpora verde che sale alle narici, aggressiva. Oppure rovistare con le mani tra le foglie di rucola per avvertire subito la sua risposta profumata e accogliente.
Notare il nero lucido e violaceo della melanzana lunga che staglia nel verde delle foglie larghe e vellutate o il rosso del pomodoro maturo. L'arancio del fiore di zucca aperto verso il cielo o il verde dell'insalata che brilla al sole. Potreste meravigliarvi dei passeri presi a rotolarsi nella terra polverosa e secca scavando piccole buche o del calabrone che abbraccia un fiore bianco di fagiolo nano piegandolo con il peso. Oppure essere incuriositi dalle coccinelle mentre cacciano afidi tra i germogli di un pesco e le formiche che, al contrario, li accudiscono in cambio delle sostanze zuccherine che gli stessi producono.
Tutto questo può capitare a chi si addentri in un orto. Tutto ciò accade anche quando l'animo dell'avventore appare distratto da altro, rapito da attenzioni lontane e da quotidiane inquietudini. La natura richiama a se gli esseri che la abitano anche quando mostrano di non conoscerla, di percepirla estranea, di sentirla come “altro da sé” .
Pomodori in un orto (foto Marcello Marcellini)
L'orto è un'esperienza sensuale come dice Hanke Bruce autrice del libro “Introduzione all'ortoterapia”. Una miscela di sensazioni che sintonizzano l'uomo con il mondo e organizzano il senso della vita. Attraverso l'orto l'uomo riscopre la sua appartenenza alla natura, il suo indissolubile e profondo legame con gli altri esseri viventi. L'orto educa alla sensualità. Permette ai sensi di cogliere il mondo con la necessaria delicatezza e con la profondità di esperienza di cui l'uomo necessita per sentirsi in sintonia piena con il mondo.
Luce, ombra. Giorno, notte. Inverno, estate. Acqua, aria. Freddo, caldo. Umido, asciutto. Sono gli elementi che codificano la disciplina di chi vive e cura un orto. Sono orologi di estrema precisione. E' impossibile sfuggire al loro dispiegarsi e rincorrersi. Esigono pazienza, attesa. Capacità di capire, intuire il momento giusto.
L'amore è paziente. Sa aspettare. Così chi semina sa attendere che si completi il gioco. L'orto è un insieme di atti generativi (atti d'amore) che si dispiegano nel tempo secondo regole precise. L'atto generativo produce vita e la vita generata esige cura, attenzione, accompagnamento costante e devoto verso il completamento del ciclo vitale.
Il processo complesso della vita dell'orto è la rappresentazione più semplice ed efficace del senso di unità tra uomo e natura. I prodotti dell'orto non sono solo doni ma atti di vera comunione con il mondo. Sono un segno di una profonda ed armonica reciprocità. Sono esperienze attraverso le quali l'uomo sente di essere parte delle cose che accadono in natura e non un osservatore alto ed esterno.
“Non vivere questa terra come un estraneo o come un turista della natura. Vivi questo mondo come la casa di tuo padre: credi al grano, alla terra, al mare, ma prima di tutto credi all'uomo” . Sono le parole del poeta turco Nazim Hikmet che invita credere alla supremazia della sensibilità umana unita però, indissolubilmente, al mondo, in comunione autentica con il mondo.
L'orto è anima. L'orto possiede un'anima. Si tratta di ascoltarla, di coglierla attraverso il filtro dei sensi. E' un luogo abitato e spiritualmente accessibile. E' un ascolto profondo che alla fine svela sempre la sua anima e aiuta a conoscere la nostra attraverso la forza evocatrice del mistero.
James Hilman del resto, psicologo dell'anima, ritiene, al pari dei greci, che i luoghi hanno un'anima se attorno ad essi si sono depositati nel tempo relazioni, significati, simboli. Ecco perchè l'orto rappresenta una profonda esperienza relazionale che riesce a organizzare il senso della vita ponendo l'uomo umilmente di fronte al mistero del mondo.
"Quelli che piantano (a differenza di quelli che costruiscono) soffrono con le tempeste e le stagioni, raramente riposano. Ma, al contrario di un edificio, il giardino non cessa mai di crescere. Esso richiede l'attenzione del giardiniere, ma, nello stesso tempo, gli permette di vivere come in una grande avventura" Paulo Coelho, Bryda.

mercoledì 10 agosto 2011

Violenza e comunicazione

La violenza che sta attraversando in largo e in lungo l'Inghilterra suscita letture generalmente univoche nel mondo mediatico. Tutti sembrano convergere sulla conclusione che si tratta di delinquenza e basta. Osservatori, giornalisti e politici si ritrovano a condividere la spiegazione di questa esplosione di violenza collettiva attribuendone le cause alle caratteristiche devianti di quei giovani, alla loro aggressività, al loro vuoto di pensiero, all'insensatezza della loro rabbia distruttiva.
Quei giovani vengono rappresentati come avulsi da forme di contestazione strutturata fatta di contenuti, di progetti di trasformazione sociale, di appartenenza a organizzazioni politiche, di visioni ideologiche. Essi sono "Feccia" o "Mantenuti di stato" come ha scritto qualche illustre italiano. Sono animali spinti da pulsioni aggressive e distruttive senza struttura o barlumi di pensiero. Sono giovani privi di consapevolezza sociale, senza alcuna idealità e che non sanno fare altro che comunicare il disagio in maniera primitiva, degradata e apertamente istintiva.
Si tratta tuttavia di giovani, in molti casi di adolescenti. Nessuno dovrebbe trascurare questo aspetto. Nelle società occidentali sono i giovani la porta da cui fuoriesce la sofferenza sociale che è largamente presente.
Non è un caso che la violenza collettiva, sociale è prevalentemente giovanile. E' stato sempre così. Sia quando si esprime nelle forme strutturate della lotta politica e culturale o quando si realizza nelle tifoserie calcistiche, sia quando trova espressione in comportamenti apparentemente più spontanei e pretestuosi come ad esempio nel caso dei giovani inglesi.
La violenza giovanile di tipo collettivo è un segno inequivocabile di un disagio sociale più ampio le cui cause sono decifrabili e concrete. E' un segno di una reazione autoimmune della società. Una risposta interna a un equilibrio carente.
I giovani si fanno carico, spesso inconsapevolmente, della più ampia sofferenza sociale. Il mondo giovanile nelle società occidentali ha sempre rappresentato il luogo sociale all'interno del quale le ingiustizie, le disuguaglianze e l'oppressione che il sistema produce si manifestano con più chiarezza. La droga e la violenza collettiva, nelle diverse forme espressive (tifoserie e altro) sono gli esempi più eclatanti e diffusi.
Nel caso della rivolta inglese le letture semplicistiche e riduttive del fenomeno, come sta avvenendo, ad esempio, attraverso le esternazioni del premier Cameron, rischiano di acuire il fenomeno. Il pugno duro del governo conservatore inglese, che lascia intendere una risposta sociale di tipo esclusivamente repressivo (1200 arresti in 24 ore), finirà per rafforzare il fenomeno.
L'azione violenta collettiva è comunicazione. Dice sempre cose in più rispetto a ciò che distrugge e ciò che viene distrutto non può essere l'unica motivazione della risposta di controllo sociale. Privilegiare solo l'aspetto criminale, che ovviamente va considerato, è purtroppo miope.
La violenza distruttiva a cui stiamo assistendo in Inghilterra non è "caotica" o "insensata". Essa al contrario ha una logica, una sua geometria e perfino delle regole ("Le regole del disordine" di Harrè).
Quei giovani sono la porta da cui fuoriesce la sofferenza sociale che non trova più riferimenti nelle rappresentanze istituzionali. La violenza per questi gruppi di giovani e adolescenti sta assumendo un valore identitario, un ruolo sociale e rischia di organizzare il senso della loro esperienza.
Una società che, di fronte ad ondate di violenza giovanile, non ammette la propria incapacità di offrire risposte alternative, che non è capace di autocritica, che non sa integrare ovvero creare senso di appartenenza e che si affida esclusivamente a risposte repressive è destinata al fallimento o, se vuole sopravvivere, ad assumere una natura autoritaria.

venerdì 22 luglio 2011


La battaglia sull'acqua pubblica non è finita!

Referendum, governo controcorrente
impugnata la legge sull'acqua pubblica

La Regione aveva trasformato la società Acquedotto pugliese in ente pubblico, ora lo stop dal ministro Fitto. L'assessore Amati: "Un atto di guerra"

di PAOLO RUSSO
Il Governo Berlusconi contro l'acqua pubblica. Su proposta del ministro per gli affari regionali Raffaele Fitto, il consiglio dei ministri ha bocciato la legge con la quale la Regione Puglia aveva reso pubblico l'Acquedotto pugliese. Un provvedimento con il quale il governatore Nichi Vendola aveva voluto far tornare alla sua antica origine l'acquedotto più esteso d'Europa, all'indomani del referendum dello scorso giugno che aveva difeso la natura pubblica dell'acqua. Ma la legge regionale 11 del 2011 per Fitto è incostituzionale perché non tiene conto della normativa statale che prevede per l'Acquedotto pugliese il vincolo della privatizzazione.
Per l'assessore alle Opere pubbliche Fabiano Amati si tratta di un atto di guerra contro tutti i pugliesi: "Il Governo nazionale - ha accusato - preferisce impugnare una legge regionale emanata nel rispetto della volontà dei cittadini italiani espressa col referendum, piuttosto che intervenire esercitando i suoi poteri legislativi per riordinare la materia nel senso indicato con la consultazione popolare". La Puglia presenterà opposizione.
Da "La Repubblica" , 22 luglio 2011

lunedì 2 maggio 2011

L'abbandono dell'infanzia

L'abbandono dei bambini è un fenomeno antico. I Regni e le istituzioni locali hanno tentato di regolarlo attraverso leggi e regolamenti nel tentativo di attivare forme di tutela minimi. 
La "ruota dei proietti" rimane l'istituzione più conosciuta. Ogni paese, aveva la sua ruota e la sua "pia ricevitrice dei proietti", cosi si chiamava la donna deputata ad accoglierli.
A Civitella Del Tronto la ruota era collocata a circa metà dell'attuale corso Giuseppe Mazzini.  Le madri lasciavano, prevalentemente di notte, il neonato sulla parte esterna della ruota, attraverso l'apertura che dava sulla via, poi giravano la ruota in modo da passare il bimbo all'interno della struttura. La pia ricevitrice udiva il pianto del bimbo e lo accogglieva offrendo le prime cure. La mattina successiva il neonato veniva portato presso il comune per le registrazioni di rito. La pia ricevitrice autonomamente dava un nome e un cognome al bimbo il quale successivamente veniva assegnato a una balia.
Prima del 1806, cioè prima dell'arrivo dei francesi nel Regno di Napoli, queste fasi non erano regolate da leggi specifiche perchè i Borboni non avevano registri anagrafici e la registrazione dei nati  era per lo più appannaggio delle istituzioni ecclesiastiche e "regolata" da strumenti normativi di tipo provinciale o regionale. 
Attraverso link sottostante potete aprire un file che sintetizza in un grafico un'analisi statistica del fenomeno dell'abbandono a Civitella del Tronto tra il 1600 e il 1820. Si tratta di dati demografici tratti dal liber baptizatorum della Chiesa di San Lorenzo di Civitella Del Tronto.