sabato 23 ottobre 2010

Avetrana e la necrofilia mediatica collettiva

In questi giorni milioni di Italiani si immergono nel bagno mediatico di morte truculenta riempito dal fiume di notizie originate dalla uccisione di Avetrana.

L'aumentare della portata del fiume mediatico, la ricchezza dei dettagli rinforza la grigia curiosità della morte. Si avverte una pulsione collettiva crescente di ricerca morbosa di informazioni, di immagini, di video sull'omicidio. Il consumo di morte e di violenza proposto dai media trova una collocazione profonda e sintonica nell'animo collettivo. Il consumo di morte è diventato consumo tra i possibili consumi.

Anche i "professionisti del crimine" non mancano al banchetto. Vengono ricercati dai media per condire la notizia di aspetti scientifici piccanti usati come guarnizioni nella torta di sangue offerta dai giornali, dalle TV alla gente. Meluzzi, Mastronardi, Bruno, Picozzi ecc. corrono in TV a dissezionare l'evento con il bisturi psicopatologico facendo aumentare la salivazione alla gente, stimolando sapientemente le vie del sistema neurovegetativo simpatico collettivo.

I periodici omicidi di prossimità, quelli che si sviluppano dentro le famiglie o tra conoscenti per intenderci, sono il piatto preferito dei media. Interessano poco le stragi di mafia o i 1400 morti sul lavoro annuali. I professionisti del necrologio, i cantori dell'oltre tomba, le damine televisive delle pompe funebri da giorni offrono al pubblico affamato, consumatore di morte, il menù mortifero di Avetrana.

Perché tutto questo? Cosa cerca la gente oltre l'essenzialità della notizia? Che rapporto c'è tra la morte rappresentata e la gente?

Erich Fromm in un famoso e lontano saggio sull'aggressività maligna (Anatomia della distruttività umana, 1973) descriveva una necrofilia che definiva marginale cioè osservabile in molte persone. Includeva in questo ambito psicologico comportamenti come lo “spezzare e mutilare piccole cose come fiammiferi o fiori” oppure stuzzicare le proprie ferite, l'attrazione per gli scheletri, ad esempio degli studenti di medicina, ma anche “nella convinzione che la forza e la violenza siano l'unica soluzione di un problema o di un conflitto”. Anche l'interesse marcato per le malattie è per Fromm il derivato di una pulsione necrofila. E le madri che si prefigurano scenari mortiferi alle prime avvisaglie di malattia dei figli e che non riescono a leggere i mutamenti positivi anch'esse sono soggette ad un'espressione, seppure attenuata, della pulsione necrofila.

L'attrazione per il passato, per le cose che sono state, il senso di proprietà possono costituire un'ulteriore dimensione delle reazioni necrofile. Così pure la relazione piacevole con i colori scuri che assorbono la luce. I necrofili possono essere dei grandi annusatori. Molto spesso si notano persone che hanno una particolare mimica facciale propria di chi avverte o scruta cattivi odori. L'incapacità di ridere è un'altro tipico segno necrofilo che si accompagna ad una certa “immobilità e inespressività della sua faccia”.

Sul versante del linguaggio sembrano predominanti parole che si riferiscono alla distruzione, alle feci e ai gabinetti. Fromm allarga l'orizzonte necrofilo a tutto ciò che puo diventare surrogato dell'interesse per la vita, o dell'esercizio di quelle ricche funzioni di cui è dotato l'essere umano. Il Manifesto Futurista di Marinetti, che è un inno alla tecnologia, alla velocità, una glorificazione della guerra, rappresenta un esempio di innesto tra tecnologia e distruttività, un tipico segno culturale della pulsione necrofila.

La curiosità morbosa per la morte, per le scene macabre si chiama necrofilia, direbbe il professor Meluzzi. La necrofilia è una tendenza ad appagare l'animo umano attraverso l'esperienza della morte, badate bene non del dare la morte o non solo nel dare la morte, ma ricercando esperienze in cui la morte è in qualche modo presente (le passeggiate turistiche domenicali ad Avetrana di gruppi di cittadini, famiglie di giovani sono motivate da curiosità necrofile inequivocabilli).

La ricerca di cadaveri, di eventi violenti, di sangue sono le espressioni esteriori della nostra aggressività profonda, della pulsione di morte, dell'angoscia di annientamento che si agita da sempre nell'animo umano. La paura della morte spinge l'uomo a 'viverla', 'drammatizzarla' nella propria realtà. A 'ricercarla' attraverso esperienze dirette preferibilmente realizzate attraverso la morte degli altri o in altri casi attraverso una sofferenza inflitta al proprio corpo. Il sadismo è un triste alleato della pulsione necrofila. Il sadismo è una modalità di provare piacere attraverso il dolore inflitto all'altro, attraverso la sofferenza causata ad un altro, attraverso il dominio agito sull'altro.

Potremmo ritrovare la modalità sadica di interazione anche nel provare piacere (curiosità ripetuta) di fronte alla morte, ad immagini di morte, a notizie di violenza e quindi non nell'agire direttamnete l'aggressività, la distruttività, ma nel suo consumo passivo di cui è artefice principale lo strumento mediatico.

Guardo così con un che di sospetto psicologico le figure dei giornalisti dell'oltre tomba o quelle dei professionisti del crimine che partecipano ai loro macabri teatrini. Provo difficoltà nel vedere il prof. Meluzzi che, stimolato da Emilio Fede, offre al pubblico televisivo una descrizione “dell'anaffettivitàdella madre della ragazza uccisa o il prof. Mastronardi che passa le notti a studiare la mimica facciale della ragazza accusata per poi offrire le sue conclusioni attraverso il primo telegiornale serale.

Tutto questo è macabro, orribile. E' un segno tangibile di una civiltà che oltre ad aver smarrito la sacralità della morte mostra una profonda difficoltà ad accudire la vita e a coltivare l'interesse per l'uomo e le sue immense potenzialità positive.

giovedì 21 ottobre 2010

Noam Chomsky e le tecniche di manipolazione dell'informazione

Aumentare la consapevolezza della propria condizione sociale serve a sviluppare un pensiero critico sul mondo e verso i processi decisionali che influiscono sulla nostra vita sociale e sul nostro ruolo nella comunità. Si tratta di svelare a se stessi come il mondo dell'informazione di massa attua "le strategie di disinformazione" con l'obiettivo di far passare idee, decisioni di cui il potere in quel preciso momento storico ha bisogno.

E' un bene, per una società giusta e libera, che i cittadini possano diventare consapevoli della capacità mistificatrice dei processi comunicativi che il potere politico-economico organnizza e aumentare gli spazi di partecipazione attiva. Noam Chomsky, noto psicolinguista americano ha individuato alcune tecniche di manipolazione dell'informazione di massa, presenti e attive nella nostra vita comunicativa sociale e in grado di generare consenso acritico nelle masse. In una prospettiva critica e di consapevolezza, è bene riconoscerle ed eliminare gli effetti nocivi che esse possono avere sulla nostra sfera cognitiva ed emotiva.

Eccole in sintesi.



1- Strategia della distrazione

"Consiste nel deviare l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dai cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche, attraverso la tecnica del diluvio o inondazioni di continue distrazioni e di informazioni insignificanti. E’ anche indispensabile per impedire al pubblico d’interessarsi alle conoscenze essenziali, nell’area della scienza, dell’economia, della psicologia".

2 - Creare un falso problema e organizzare una risposta demagogica

"Si crea un problema, una ‘situazione’ prevista per causare una certa reazione da parte del pubblico, con lo scopo che sia questo il mandante delle misure che si desidera far accettare. Ad esempio si possono lasciar dilagar la violenza urbana e i disordini sociali, oppure creare una crisi economica per far accettare come un male necessario la retrocessione dei diritti sociali e lo smantellamento dei servizi pubblici".

3 - La gradualizzazione delle soluzioni politiche

"Per far accettare una misura inaccettabile basta applicarla gradualmente, col contagocce, per anni consecutivi. E’ in questo modo che condizioni socioeconomiche radicalmente nuove (neoliberismo) furono imposte durante i decenni degli anni ‘80 e ‘90: Stato minimo, privatizzazioni, precarietà, flessibilità, disoccupazione di massa, salari che non garantivano più redditi dignitosi, tanti cambiamenti che avrebbero provocato una rivoluzione se fossero state applicate in una sola volta».

4 - Lo spostamento nel tempo

"Un altro modo per far accettare una decisione impopolare è quella di presentarla come “dolorosa e necessaria”, questo dà più tempo al pubblico per abituarsi all’idea del cambiamento e di accettarlo rassegnato quando arriva il momento".

5 - Comunicare con cittadini come fossero bambini

"La maggior parte della pubblicità diretta al gran pubblico usa discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, molte volte vicino alla debolezza, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un deficiente mentale. Se qualcuno si rivolge ad una persona come se avesse 12 anni o meno, allora, in base alla suggestionabilità, questa tenderà, con una certa probabilità, ad una risposta o reazione anche sprovvista di senso critico: come quella di una persona di 12 anni o meno".

6 - Sfruttare l’emozione

"è una tecnica classica per provocare un corto circuito su un’analisi razionale e, infine, il senso critico dell’individuo. Inoltre, l’uso del registro emotivo permette di aprire la porta d’accesso all’inconscio per impiantare o iniettare idee, desideri, paure e timori, compulsioni, o indurre comportamenti".

7 - Progettazione e gestione di un’ignoranza diffusa.

"La qualità dell’educazione data alle classi sociali inferiori deve essere la più povera e mediocre possibile, in modo che la distanza creata dall’ignoranza tra le classi inferiori e le classi superiori sia e rimanga impossibile da colmare da parte delle inferiori".

8 - I valori dominanti

"è di moda essere stupidi, volgari e ignoranti. E che questi sono valori positivi e condivisibili".

9 - Generare il senso di colpa

"Far credere all’individuo che è soltanto lui il colpevole della sua disgrazia, per causa della sua insufficiente intelligenza, delle sue capacità o dei suoi sforzi. Così, invece di ribellarsi contro il sistema economico, l’individuo si auto-svaluta e s’incolpa, cosa che crea a sua volta uno stato depressivo, uno dei cui effetti è l’inibizione della sua azione. E senza azione non c’è ribaltamento né rivoluzione, non c’è nessuna possibilità di cambiamento in senso democratico"

10 - Conoscenza e potere

"il vero potere consiste nel conoscere compiutamente i predicati psicobiologici del pubblico (mediante gli assoluti progressi della biologia, della neurobiologia e della psicologia applicata), e poter confidare sul fatto che i cittadini(scientificamente analfabeti) non siano in grado di conoscere sé stessi".


martedì 5 ottobre 2010

I partiti plurali e la solitudine della gente

L'epoca che viviamo è l'epoca della società liquida, senza struttura, come direbbe Zygmunt Bauman. E' la società dell'individuo solo che si muove in un universo sociale pieno di reti comunicazionali potentissime.

La società dinamica e performante è quella simboleggiata dal super manager Sergio Marchionne che afferma di lavorare 24 ore al giorno, di fumare 70 sigarette al giorno, di non fare ferie e di guadagnare circa 465 volte in più di un suo operaio.

Sergio Marchionne è forse il simbolo più chiaro (forse non il solo) della decadenza etica del capitalismo contemporaneo. Un uomo ipertrofico, che esprime una patologia non ancora definita nella nosografia psichiatrica ma che intercetta la stima della gente e quella dei potenti del mondo. E' un uomo tanto sbilanciato che è bastata un maglia a giro collo per dare un senso posato ed umano alla sua vita e alla sua dismisura.

Accanto lui nascono (e muoiono direi) i partiti plurali, usando la terminologia Veltroniana. Il partito plurale è il partito che mette insieme gli interessi di tutti: quelli dei giovani disoccupati, degli anziani, degli ambientalisti, dei lavoratori, degli industriali, degli artigiani, dei professionisti ecc.. E' il partito moderno frutto della globalità, tanto moderno che ha perso la sua specificità rappresentativa degli interessi di parte. Esso non è più opzione, cioè possibilità di scegliere “tra”, ma sempre più strumento di un potere esterno che scrive l'agenda alla politica.

Il partito nel senso classico infatti è il luogo rappresentativo della "parte" e non delle "parti". Di contro il luogo politico delle parti, cioè delle pluralità sociali, è il parlamento dentro il quale dovrebbero verificarsi le sintesi (le leggi) dei processi politici innescati dalle forze in campo. Così sembra indicare la storia, la costituzione ed anche il buon senso. Ma tutto questo è finito, almeno così sembra.

Non esistono più gli operai, i braccianti, i disoccupati. La società sembra aver perso la parte sofferente/perdente. Ci sentiamo tutti cittadini 'medi', liquidi appunto. In Italia l'operazione è durata circa 17 anni. In questo tempo abbiamo colletivamnete effettuato una rimozione della parte oppressa della nostra società. Rifuggiamo il conflitto, la contrapposizione delle parti, la diversità di prospettiva. Avvertiamo pudore per tutto ciò che è struttura nella vita sociale. Il bene comune è divenuto estraneo alla coscienza collettiva la quale asseconda inconsciamente le spinte deregolatrici della politica plurale. Il potere così matura la separazione dalla politica e diviene “extraterritoriale” lasciando le masse senza struttura, senza identità.

Nello stretto paradigma della produzione-consumo i cittadini sperimentano la libertà o quello che rimane della libertà. E mai come in questo ultimo ventennio la politica si è riempita la bocca con questa parola. Ma la libertà quando passa attraverso la politica dei partiti plurali si svuota del suo significato sostanziale e diviene mero sottofondo della nostra solitudine.