mercoledì 8 settembre 2010

La famiglia del Mulino Bianco e la società del fare

L'immaginario dominante è la famiglia senza nei. Dove non c'è disagio, sofferenza, povertà. Tutto sembra preciso, adatto, adeguato, ben messo. Affetti, comportamenti, parole, gesti. Tutto è composto. La famiglia del Mulino Bianco è un ideale piccolo-borghese che racchiude in sé significati, aspettative, ruoli che tendono a delineare un'esistenza migliore, la migliore possibile. 
I figli del "Mulino Bianco" vanno bene a scuola, frequentano almeno un paio di attività extrascolastiche la settimana (scuola calcio, palestra, danza, pianoforte, chitarra, pittura, associazioni ecc ecc) sono la proiezione nitida di aspettative genitoriali che si generano da un'esigenza angosciante di misura sociale. Il papà (anche su consiglio della mamma) compra la macchina più grande dell'amico, fa la vacanza nel posto più lontano, porta la famiglia almeno due volte la settimana al ristorante, gioca al calcetto il venerdì con gli amici, è iscritto al circolo tennis o a quello del golf, segue il calcio con la moglie nei giorni comandati (cioè tutti), compra le migliori griffe nei migliori negozi.
I genitori del Mulino Bianco educano a competere, ad essere i migliori, a superare (educatamente) gli altri, a compiacersi, nell'intimo, della sofferenza altrui. Non hanno posto per chi perde, per chi si arrende. Non accettano di essere secondi in fila. Non immaginano di poter essere gli ultimi. E' la famiglia migliore. Una famiglia sorridente, solare, che va a messa ogni domenica. A questa famiglia non deve capitare nulla di negativo, non può accadere nulla che offuschi il suo candore, la sua normalità. E' la famiglia del 'fare' non dell'essere. L'ideale è che il figlio 'faccia', ottenga, si affermi, che sia 'normale', ma non gli importa chi sia. 
Chi è nostro figlio? Domanda impossibile per i genitori del Mulino Bianco. Preferirebbero cimentarsi sul 'cosa fanno i figli', sul 'cosa hanno i figli' o sul 'cosa hanno ottenuto', ma sono alieni al loro essere, lontani dal loro riconoscimento personale. Educare significa costruire riferimenti affettivi, dare senso al dispiegarsi della vita, avere la capacità di orientare attraverso processi profondi di identificazione. Educare non è dare materialità, apparenza, esteriorità, conformità al pensiero dominante. Educare è agire un esercizio critico sul mondo e in comunione con il mondo, crescere insieme in un processo di liberazione reciproca come indicava Paulo Freire. 
La famiglia del Mulino Bianco è la famiglia della società smarrita. E' la famiglia dalle morali multiple dove i genitori rubano, truffano, tradiscono ma indicano ai figli di fare diversamente sistemando in tal modo le interrogazioni della coscienza, come se l'educazione consistesse nelle cose che diciamo e non su cosa effettivamente siamo. I figli del Mulino Bianco vivono molte stagioni della loro vita all'interno di una comunicazione paradossale che non sollecita processi identificativi profondi. Per molti anni aderiscono a questo modello familiare in un apparente equlibrio poi fanno le loro scelte. Quando il Sè esige una verità. Quando desidera affermare la propria individualità e rivelare la menzogma del falso sè familiare. 
In questi passaggi estremamente critici sentiamo parlare dei figli del Mulino Bianco sui giornali, nelle pagine di cronaca. "Era un ragazzo d'oro. Chi poteva immaginare che arrivasse a tanto"; "Una famiglia tranquilla, serena, mai una lite ... com'è potuto accadere". Queste frasi sono ricorrenti quando i giornalisti impietosamente, cinicamente si avvicinano ai vicini di casa, agli amici, ai conoscenti per capire, spiegare, comunicare i drammi. 
Tutto però sembra a posto. Non ci sono tracce di palese, giornalistica sofferenza. Tutto è in ordine, un ordine micidiale ed efficace.

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