venerdì 9 luglio 2010

La società della perfomance e le patologie dell'insufficienza.

Il consumo di farmaci negli ultimi dieci anni è aumentato del 60 per cento. I farmaci che hanno un'azione sul sistema nervoso centrale sono aumentati nell'ultimo anno del 4,2 % e tra questi gli antidepressivi hanno subito un'impennata sensibile. I costi per la collettività si aggirano, per il 2009, intorno ai 25 miliardi di euro di cui il 75 per cento a carico del sistema sanitario nazionale.
Siamo di fronte ormai ad una politossicomania endemica cioè ad un tipo di relazione con il farmaco che esula verosimilmente da problematiche terapeutiche e che assume caratteristiche di natura emozionale sconosciute agli attori principali della relazione che si instaura con la richiesta di aiuto (medico e paziente).
Nel 2001, in Italia, sono state vendute 6.200.000 pillole di viagra. Dopo la sua prima commercializzazione, il 1998, solo gli Italiani hanno comprato quasi 70 milioni di pillole. Lo stesso ragionamento vale per il mercato illegale di cocaina con la differenza che il consumo, in questo caso, avviene in un mondo parallelo e nascosto.
Per ogni nostro "deficit" il mercato oggi è in grado di fornire un rimedio semplice, veloce e apparentemente efficace. Per ogni sensazione disturbante il nostro Sé possiamo acquistare una pozione, con un fondamento scientifico certificato, che la scaccia dalla nostra sfera cosciente, senza risolverla ovviamente.
E' la società della performance. E' la società dell'azione o del "fare" (vedi la politica). Non siamo più depressi per senso di colpa, ma per una "patologia dell'azione", per "un senso di insufficienza" che da la misura di noi stessi".
La depressione ha assunto così un significato sociale nuovo dove i sintomi classici "quali la tristezza, il dolore mentale, il senso di colpa" lasciano maggiore spazio "all'ansia, all'insonnia, all'inibizione, in una parola alla fatica di essere se stessi" (Alain Ehrenberg, 1998). Oggi, come dice Umberto Galimberti (2008), "la depressione non si presenta più come un conflitto e quindi come una nevrosi, ma come un fallimento di spingere a tutto gas il possibile fino al limite dell'impossibile". Abbiamo sostituito la "preoccupazione di sbagliare" con quella "di essere normali" (Augustine Jeanneau, 1986).