giovedì 25 novembre 2010

Non insegnate la vostra morale ai bambini

I bambini interiorizzano le regole nonostante gli adulti e, nonostante genitori ed insegnanti, sviluppano una morale, suggeriva Jean Piaget, e sono in grado di mettersi al posto degli altri, di capire i loro sentimenti.

“Non insegnate la vostra morale ai bambini è stanca e malata e potrebbe far male” diceva Giorgio Gaber. La morale non va insegnata. La morale non è nelle parole, non è nelle cose, la morale non è nel fare. La morale è un codice sentimentale impalpabile che sedimentiamo nell'animo attraverso percorsi quotidiani di amore e di libertà. Le parole della morale sono un atto successivo della vita.

Norma, costume, senso del limite personale nascono dalla necessità profonda di preservare l'amore e la libertà. Nessuna norma, nessun costume, nessun senso del limite personale reggerebbero senza un'istanza profonda che ci induce a difendere il nucleo costitutivo profondo di amore e di libertà. Nessuna legge reale reggerebbe senza una solida legge immaginaria.

L'esempio è l'unico elemento di trasmissione morale. L'esempio è il centro attivatore di processi di identificazione. Meccanismi attraverso i quali assorbiamo gli altri significativi e costruiamo l'idealità. L'esempio identificativo è lo strumento, la porta attraverso la quale gli altri entrano nella nostra vita psichica profonda fino a costituire il nucleo autoregolatore profondo che Sigmund Freud definì Super-Io.

La trasmissione esterna del codice morale, l'insegnamento della regola è quindi altro. E' atto depositario della cultura non esempio, non attivazione identificativa. La strategia trasmissiva della morale è spesso un arbitrio, un atto di potere adulto finalizzato all'oppressione.

Il bambino tende a regolarsi perchè teme di perdere l'amore e se non ha sperimentato amore, riconoscimento, libertà non temerà di perderli, non sentirà l'esigenza di preservarli attraverso un limite.

Solo l'adulto che è in grado di manifestarsi educativamente come esempio, cioè di attivare una tensione identificativa nel bambino, potrà avere speranza di generare legami sociali stabili fondati sulla libertà.

Occorre che l'adulto, come ricordava il citato Giorgio Gaber, coltivi se stesso, il cuore, la mente e dia fiducia all'amore diventando esempio per i bambini e i ragazzi che gli vengono affidati. La società attuale ha spento i processi identificativi primari, ha azzerato l'esempio adulto e rischia di scivolare nella paura e nell'autoritarismo.

Nel link potete ascoltare la canzone Non insegnate ai bambini di Giorgio Gaber

http://www.youtube.com/watch?v=IVnPotcVkFQ

sabato 23 ottobre 2010

Avetrana e la necrofilia mediatica collettiva

In questi giorni milioni di Italiani si immergono nel bagno mediatico di morte truculenta riempito dal fiume di notizie originate dalla uccisione di Avetrana.

L'aumentare della portata del fiume mediatico, la ricchezza dei dettagli rinforza la grigia curiosità della morte. Si avverte una pulsione collettiva crescente di ricerca morbosa di informazioni, di immagini, di video sull'omicidio. Il consumo di morte e di violenza proposto dai media trova una collocazione profonda e sintonica nell'animo collettivo. Il consumo di morte è diventato consumo tra i possibili consumi.

Anche i "professionisti del crimine" non mancano al banchetto. Vengono ricercati dai media per condire la notizia di aspetti scientifici piccanti usati come guarnizioni nella torta di sangue offerta dai giornali, dalle TV alla gente. Meluzzi, Mastronardi, Bruno, Picozzi ecc. corrono in TV a dissezionare l'evento con il bisturi psicopatologico facendo aumentare la salivazione alla gente, stimolando sapientemente le vie del sistema neurovegetativo simpatico collettivo.

I periodici omicidi di prossimità, quelli che si sviluppano dentro le famiglie o tra conoscenti per intenderci, sono il piatto preferito dei media. Interessano poco le stragi di mafia o i 1400 morti sul lavoro annuali. I professionisti del necrologio, i cantori dell'oltre tomba, le damine televisive delle pompe funebri da giorni offrono al pubblico affamato, consumatore di morte, il menù mortifero di Avetrana.

Perché tutto questo? Cosa cerca la gente oltre l'essenzialità della notizia? Che rapporto c'è tra la morte rappresentata e la gente?

Erich Fromm in un famoso e lontano saggio sull'aggressività maligna (Anatomia della distruttività umana, 1973) descriveva una necrofilia che definiva marginale cioè osservabile in molte persone. Includeva in questo ambito psicologico comportamenti come lo “spezzare e mutilare piccole cose come fiammiferi o fiori” oppure stuzzicare le proprie ferite, l'attrazione per gli scheletri, ad esempio degli studenti di medicina, ma anche “nella convinzione che la forza e la violenza siano l'unica soluzione di un problema o di un conflitto”. Anche l'interesse marcato per le malattie è per Fromm il derivato di una pulsione necrofila. E le madri che si prefigurano scenari mortiferi alle prime avvisaglie di malattia dei figli e che non riescono a leggere i mutamenti positivi anch'esse sono soggette ad un'espressione, seppure attenuata, della pulsione necrofila.

L'attrazione per il passato, per le cose che sono state, il senso di proprietà possono costituire un'ulteriore dimensione delle reazioni necrofile. Così pure la relazione piacevole con i colori scuri che assorbono la luce. I necrofili possono essere dei grandi annusatori. Molto spesso si notano persone che hanno una particolare mimica facciale propria di chi avverte o scruta cattivi odori. L'incapacità di ridere è un'altro tipico segno necrofilo che si accompagna ad una certa “immobilità e inespressività della sua faccia”.

Sul versante del linguaggio sembrano predominanti parole che si riferiscono alla distruzione, alle feci e ai gabinetti. Fromm allarga l'orizzonte necrofilo a tutto ciò che puo diventare surrogato dell'interesse per la vita, o dell'esercizio di quelle ricche funzioni di cui è dotato l'essere umano. Il Manifesto Futurista di Marinetti, che è un inno alla tecnologia, alla velocità, una glorificazione della guerra, rappresenta un esempio di innesto tra tecnologia e distruttività, un tipico segno culturale della pulsione necrofila.

La curiosità morbosa per la morte, per le scene macabre si chiama necrofilia, direbbe il professor Meluzzi. La necrofilia è una tendenza ad appagare l'animo umano attraverso l'esperienza della morte, badate bene non del dare la morte o non solo nel dare la morte, ma ricercando esperienze in cui la morte è in qualche modo presente (le passeggiate turistiche domenicali ad Avetrana di gruppi di cittadini, famiglie di giovani sono motivate da curiosità necrofile inequivocabilli).

La ricerca di cadaveri, di eventi violenti, di sangue sono le espressioni esteriori della nostra aggressività profonda, della pulsione di morte, dell'angoscia di annientamento che si agita da sempre nell'animo umano. La paura della morte spinge l'uomo a 'viverla', 'drammatizzarla' nella propria realtà. A 'ricercarla' attraverso esperienze dirette preferibilmente realizzate attraverso la morte degli altri o in altri casi attraverso una sofferenza inflitta al proprio corpo. Il sadismo è un triste alleato della pulsione necrofila. Il sadismo è una modalità di provare piacere attraverso il dolore inflitto all'altro, attraverso la sofferenza causata ad un altro, attraverso il dominio agito sull'altro.

Potremmo ritrovare la modalità sadica di interazione anche nel provare piacere (curiosità ripetuta) di fronte alla morte, ad immagini di morte, a notizie di violenza e quindi non nell'agire direttamnete l'aggressività, la distruttività, ma nel suo consumo passivo di cui è artefice principale lo strumento mediatico.

Guardo così con un che di sospetto psicologico le figure dei giornalisti dell'oltre tomba o quelle dei professionisti del crimine che partecipano ai loro macabri teatrini. Provo difficoltà nel vedere il prof. Meluzzi che, stimolato da Emilio Fede, offre al pubblico televisivo una descrizione “dell'anaffettivitàdella madre della ragazza uccisa o il prof. Mastronardi che passa le notti a studiare la mimica facciale della ragazza accusata per poi offrire le sue conclusioni attraverso il primo telegiornale serale.

Tutto questo è macabro, orribile. E' un segno tangibile di una civiltà che oltre ad aver smarrito la sacralità della morte mostra una profonda difficoltà ad accudire la vita e a coltivare l'interesse per l'uomo e le sue immense potenzialità positive.

giovedì 21 ottobre 2010

Noam Chomsky e le tecniche di manipolazione dell'informazione

Aumentare la consapevolezza della propria condizione sociale serve a sviluppare un pensiero critico sul mondo e verso i processi decisionali che influiscono sulla nostra vita sociale e sul nostro ruolo nella comunità. Si tratta di svelare a se stessi come il mondo dell'informazione di massa attua "le strategie di disinformazione" con l'obiettivo di far passare idee, decisioni di cui il potere in quel preciso momento storico ha bisogno.

E' un bene, per una società giusta e libera, che i cittadini possano diventare consapevoli della capacità mistificatrice dei processi comunicativi che il potere politico-economico organnizza e aumentare gli spazi di partecipazione attiva. Noam Chomsky, noto psicolinguista americano ha individuato alcune tecniche di manipolazione dell'informazione di massa, presenti e attive nella nostra vita comunicativa sociale e in grado di generare consenso acritico nelle masse. In una prospettiva critica e di consapevolezza, è bene riconoscerle ed eliminare gli effetti nocivi che esse possono avere sulla nostra sfera cognitiva ed emotiva.

Eccole in sintesi.



1- Strategia della distrazione

"Consiste nel deviare l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dai cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche, attraverso la tecnica del diluvio o inondazioni di continue distrazioni e di informazioni insignificanti. E’ anche indispensabile per impedire al pubblico d’interessarsi alle conoscenze essenziali, nell’area della scienza, dell’economia, della psicologia".

2 - Creare un falso problema e organizzare una risposta demagogica

"Si crea un problema, una ‘situazione’ prevista per causare una certa reazione da parte del pubblico, con lo scopo che sia questo il mandante delle misure che si desidera far accettare. Ad esempio si possono lasciar dilagar la violenza urbana e i disordini sociali, oppure creare una crisi economica per far accettare come un male necessario la retrocessione dei diritti sociali e lo smantellamento dei servizi pubblici".

3 - La gradualizzazione delle soluzioni politiche

"Per far accettare una misura inaccettabile basta applicarla gradualmente, col contagocce, per anni consecutivi. E’ in questo modo che condizioni socioeconomiche radicalmente nuove (neoliberismo) furono imposte durante i decenni degli anni ‘80 e ‘90: Stato minimo, privatizzazioni, precarietà, flessibilità, disoccupazione di massa, salari che non garantivano più redditi dignitosi, tanti cambiamenti che avrebbero provocato una rivoluzione se fossero state applicate in una sola volta».

4 - Lo spostamento nel tempo

"Un altro modo per far accettare una decisione impopolare è quella di presentarla come “dolorosa e necessaria”, questo dà più tempo al pubblico per abituarsi all’idea del cambiamento e di accettarlo rassegnato quando arriva il momento".

5 - Comunicare con cittadini come fossero bambini

"La maggior parte della pubblicità diretta al gran pubblico usa discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, molte volte vicino alla debolezza, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un deficiente mentale. Se qualcuno si rivolge ad una persona come se avesse 12 anni o meno, allora, in base alla suggestionabilità, questa tenderà, con una certa probabilità, ad una risposta o reazione anche sprovvista di senso critico: come quella di una persona di 12 anni o meno".

6 - Sfruttare l’emozione

"è una tecnica classica per provocare un corto circuito su un’analisi razionale e, infine, il senso critico dell’individuo. Inoltre, l’uso del registro emotivo permette di aprire la porta d’accesso all’inconscio per impiantare o iniettare idee, desideri, paure e timori, compulsioni, o indurre comportamenti".

7 - Progettazione e gestione di un’ignoranza diffusa.

"La qualità dell’educazione data alle classi sociali inferiori deve essere la più povera e mediocre possibile, in modo che la distanza creata dall’ignoranza tra le classi inferiori e le classi superiori sia e rimanga impossibile da colmare da parte delle inferiori".

8 - I valori dominanti

"è di moda essere stupidi, volgari e ignoranti. E che questi sono valori positivi e condivisibili".

9 - Generare il senso di colpa

"Far credere all’individuo che è soltanto lui il colpevole della sua disgrazia, per causa della sua insufficiente intelligenza, delle sue capacità o dei suoi sforzi. Così, invece di ribellarsi contro il sistema economico, l’individuo si auto-svaluta e s’incolpa, cosa che crea a sua volta uno stato depressivo, uno dei cui effetti è l’inibizione della sua azione. E senza azione non c’è ribaltamento né rivoluzione, non c’è nessuna possibilità di cambiamento in senso democratico"

10 - Conoscenza e potere

"il vero potere consiste nel conoscere compiutamente i predicati psicobiologici del pubblico (mediante gli assoluti progressi della biologia, della neurobiologia e della psicologia applicata), e poter confidare sul fatto che i cittadini(scientificamente analfabeti) non siano in grado di conoscere sé stessi".


martedì 5 ottobre 2010

I partiti plurali e la solitudine della gente

L'epoca che viviamo è l'epoca della società liquida, senza struttura, come direbbe Zygmunt Bauman. E' la società dell'individuo solo che si muove in un universo sociale pieno di reti comunicazionali potentissime.

La società dinamica e performante è quella simboleggiata dal super manager Sergio Marchionne che afferma di lavorare 24 ore al giorno, di fumare 70 sigarette al giorno, di non fare ferie e di guadagnare circa 465 volte in più di un suo operaio.

Sergio Marchionne è forse il simbolo più chiaro (forse non il solo) della decadenza etica del capitalismo contemporaneo. Un uomo ipertrofico, che esprime una patologia non ancora definita nella nosografia psichiatrica ma che intercetta la stima della gente e quella dei potenti del mondo. E' un uomo tanto sbilanciato che è bastata un maglia a giro collo per dare un senso posato ed umano alla sua vita e alla sua dismisura.

Accanto lui nascono (e muoiono direi) i partiti plurali, usando la terminologia Veltroniana. Il partito plurale è il partito che mette insieme gli interessi di tutti: quelli dei giovani disoccupati, degli anziani, degli ambientalisti, dei lavoratori, degli industriali, degli artigiani, dei professionisti ecc.. E' il partito moderno frutto della globalità, tanto moderno che ha perso la sua specificità rappresentativa degli interessi di parte. Esso non è più opzione, cioè possibilità di scegliere “tra”, ma sempre più strumento di un potere esterno che scrive l'agenda alla politica.

Il partito nel senso classico infatti è il luogo rappresentativo della "parte" e non delle "parti". Di contro il luogo politico delle parti, cioè delle pluralità sociali, è il parlamento dentro il quale dovrebbero verificarsi le sintesi (le leggi) dei processi politici innescati dalle forze in campo. Così sembra indicare la storia, la costituzione ed anche il buon senso. Ma tutto questo è finito, almeno così sembra.

Non esistono più gli operai, i braccianti, i disoccupati. La società sembra aver perso la parte sofferente/perdente. Ci sentiamo tutti cittadini 'medi', liquidi appunto. In Italia l'operazione è durata circa 17 anni. In questo tempo abbiamo colletivamnete effettuato una rimozione della parte oppressa della nostra società. Rifuggiamo il conflitto, la contrapposizione delle parti, la diversità di prospettiva. Avvertiamo pudore per tutto ciò che è struttura nella vita sociale. Il bene comune è divenuto estraneo alla coscienza collettiva la quale asseconda inconsciamente le spinte deregolatrici della politica plurale. Il potere così matura la separazione dalla politica e diviene “extraterritoriale” lasciando le masse senza struttura, senza identità.

Nello stretto paradigma della produzione-consumo i cittadini sperimentano la libertà o quello che rimane della libertà. E mai come in questo ultimo ventennio la politica si è riempita la bocca con questa parola. Ma la libertà quando passa attraverso la politica dei partiti plurali si svuota del suo significato sostanziale e diviene mero sottofondo della nostra solitudine.




mercoledì 8 settembre 2010

La famiglia del Mulino Bianco e la società del fare

L'immaginario dominante è la famiglia senza nei. Dove non c'è disagio, sofferenza, povertà. Tutto sembra preciso, adatto, adeguato, ben messo. Affetti, comportamenti, parole, gesti. Tutto è composto. La famiglia del Mulino Bianco è un ideale piccolo-borghese che racchiude in sé significati, aspettative, ruoli che tendono a delineare un'esistenza migliore, la migliore possibile. 
I figli del "Mulino Bianco" vanno bene a scuola, frequentano almeno un paio di attività extrascolastiche la settimana (scuola calcio, palestra, danza, pianoforte, chitarra, pittura, associazioni ecc ecc) sono la proiezione nitida di aspettative genitoriali che si generano da un'esigenza angosciante di misura sociale. Il papà (anche su consiglio della mamma) compra la macchina più grande dell'amico, fa la vacanza nel posto più lontano, porta la famiglia almeno due volte la settimana al ristorante, gioca al calcetto il venerdì con gli amici, è iscritto al circolo tennis o a quello del golf, segue il calcio con la moglie nei giorni comandati (cioè tutti), compra le migliori griffe nei migliori negozi.
I genitori del Mulino Bianco educano a competere, ad essere i migliori, a superare (educatamente) gli altri, a compiacersi, nell'intimo, della sofferenza altrui. Non hanno posto per chi perde, per chi si arrende. Non accettano di essere secondi in fila. Non immaginano di poter essere gli ultimi. E' la famiglia migliore. Una famiglia sorridente, solare, che va a messa ogni domenica. A questa famiglia non deve capitare nulla di negativo, non può accadere nulla che offuschi il suo candore, la sua normalità. E' la famiglia del 'fare' non dell'essere. L'ideale è che il figlio 'faccia', ottenga, si affermi, che sia 'normale', ma non gli importa chi sia. 
Chi è nostro figlio? Domanda impossibile per i genitori del Mulino Bianco. Preferirebbero cimentarsi sul 'cosa fanno i figli', sul 'cosa hanno i figli' o sul 'cosa hanno ottenuto', ma sono alieni al loro essere, lontani dal loro riconoscimento personale. Educare significa costruire riferimenti affettivi, dare senso al dispiegarsi della vita, avere la capacità di orientare attraverso processi profondi di identificazione. Educare non è dare materialità, apparenza, esteriorità, conformità al pensiero dominante. Educare è agire un esercizio critico sul mondo e in comunione con il mondo, crescere insieme in un processo di liberazione reciproca come indicava Paulo Freire. 
La famiglia del Mulino Bianco è la famiglia della società smarrita. E' la famiglia dalle morali multiple dove i genitori rubano, truffano, tradiscono ma indicano ai figli di fare diversamente sistemando in tal modo le interrogazioni della coscienza, come se l'educazione consistesse nelle cose che diciamo e non su cosa effettivamente siamo. I figli del Mulino Bianco vivono molte stagioni della loro vita all'interno di una comunicazione paradossale che non sollecita processi identificativi profondi. Per molti anni aderiscono a questo modello familiare in un apparente equlibrio poi fanno le loro scelte. Quando il Sè esige una verità. Quando desidera affermare la propria individualità e rivelare la menzogma del falso sè familiare. 
In questi passaggi estremamente critici sentiamo parlare dei figli del Mulino Bianco sui giornali, nelle pagine di cronaca. "Era un ragazzo d'oro. Chi poteva immaginare che arrivasse a tanto"; "Una famiglia tranquilla, serena, mai una lite ... com'è potuto accadere". Queste frasi sono ricorrenti quando i giornalisti impietosamente, cinicamente si avvicinano ai vicini di casa, agli amici, ai conoscenti per capire, spiegare, comunicare i drammi. 
Tutto però sembra a posto. Non ci sono tracce di palese, giornalistica sofferenza. Tutto è in ordine, un ordine micidiale ed efficace.

venerdì 9 luglio 2010

La società della perfomance e le patologie dell'insufficienza.

Il consumo di farmaci negli ultimi dieci anni è aumentato del 60 per cento. I farmaci che hanno un'azione sul sistema nervoso centrale sono aumentati nell'ultimo anno del 4,2 % e tra questi gli antidepressivi hanno subito un'impennata sensibile. I costi per la collettività si aggirano, per il 2009, intorno ai 25 miliardi di euro di cui il 75 per cento a carico del sistema sanitario nazionale.
Siamo di fronte ormai ad una politossicomania endemica cioè ad un tipo di relazione con il farmaco che esula verosimilmente da problematiche terapeutiche e che assume caratteristiche di natura emozionale sconosciute agli attori principali della relazione che si instaura con la richiesta di aiuto (medico e paziente).
Nel 2001, in Italia, sono state vendute 6.200.000 pillole di viagra. Dopo la sua prima commercializzazione, il 1998, solo gli Italiani hanno comprato quasi 70 milioni di pillole. Lo stesso ragionamento vale per il mercato illegale di cocaina con la differenza che il consumo, in questo caso, avviene in un mondo parallelo e nascosto.
Per ogni nostro "deficit" il mercato oggi è in grado di fornire un rimedio semplice, veloce e apparentemente efficace. Per ogni sensazione disturbante il nostro Sé possiamo acquistare una pozione, con un fondamento scientifico certificato, che la scaccia dalla nostra sfera cosciente, senza risolverla ovviamente.
E' la società della performance. E' la società dell'azione o del "fare" (vedi la politica). Non siamo più depressi per senso di colpa, ma per una "patologia dell'azione", per "un senso di insufficienza" che da la misura di noi stessi".
La depressione ha assunto così un significato sociale nuovo dove i sintomi classici "quali la tristezza, il dolore mentale, il senso di colpa" lasciano maggiore spazio "all'ansia, all'insonnia, all'inibizione, in una parola alla fatica di essere se stessi" (Alain Ehrenberg, 1998). Oggi, come dice Umberto Galimberti (2008), "la depressione non si presenta più come un conflitto e quindi come una nevrosi, ma come un fallimento di spingere a tutto gas il possibile fino al limite dell'impossibile". Abbiamo sostituito la "preoccupazione di sbagliare" con quella "di essere normali" (Augustine Jeanneau, 1986).

domenica 18 aprile 2010

La politica della paura



La paura è una narrazione della politica occidentale contemporanea. La politica che non può governare il destino delle masse può consapevolmente agitare la paura profonda e nel contempo prospettare alla gente una presenza paterna che aiuti nel suo fronteggiamento. Si è data così un ruolo. Finalmente direi.
La gente è insicura. Si sente insicura. Avverte la minaccia anche quando il mondo è oggettivamente più sicuro (nel grafico è ben espresso il fatto che gli omicidi in Italia sono diminuiti di ben 12 volte rispetto a 120 anni fa).
l'oggetto fobico è offerto dal sistema di potere. Esso è esterno. Proiettato verso aspetti della realtà individuati dal sistema di potere mediatico (migranti, omosessuali, minoranze)
La paura accompagna la storia dell'uomo "gettato nel mondo" consapevole della morte. In questo concetto è insita l'angoscia fondamentale, la matrice delle nostre sofferenze di uomini.
L'angoscia fondamentale è nella profondità dell'esperienza psichica personale. La sua emersione è legata a eventi di perdita affettiva, lutti, traumi. Eventi che comunque sollecitano la paura della morte.
Il sentimento di insicurezza collettivo è tutto questo. Un collettivo sentimento di scomparsa, di morte imminente che è sollecitata tuttavia per la costruzione del consenso e per organizzare il dominio.
Impaurire e rassicurare è l'arte del politico occidentale moderno. Un politico senza argomenti né visioni della società. Disarmato di fronte alle forze economico-finanziarie sulle quali non può nulla se non servirle.

martedì 6 aprile 2010

Il consumo del paesaggio






























Il paesaggio è un tema della nostra epoca che passa spesso inosservato come se non appartenesse alla nostra vita o non costituisse parte della nostra esperienza.
Il paesaggio è invece esperienza costitutiva del nostro essere nel mondo.
Il paesaggio rende la vita in sintonia con il mondo e sostiene il sentimento di unità tra l'uomo e l'ambiente, genera senso esistenziale, avvicina l'uomo al mistero della vita attraverso una spontanea e potente esperienza estetica.
La sua tutela è quindi istanza irrinunciabile per l'uomo. Lasciare passivamente che venga consumato dal mercato, dalle leggere decisioni politico-dirigenziali significa privare l'uomo di una parte significativa della sua esperienza.
Il paesaggio consumato è una ferita inferta all'armonia, al senso, al mistero della vita.

Le immagini riguardano una cava di inerti a Civitella Del Tronto e abitazioni sulle colline intorno a Palermo (foto di Marcello Marcellini)

mercoledì 31 marzo 2010

L'acqua bene comune

Lo stato indietreggia e al suo posto avanza il capitale privato globale. La sete di profitto spinge il capitale verso lo stato e si afferma in luoghi della vita sociale prima impensabili. La nuova idea di mercato spiega ogni comportamento, ogni decisione. Il pensiero che lo ispira appare ineccepibile, coerente, logico e solo. La solitudine del pensiero è forse la caratteristica dominante del capitalismo moderno che via via assume forme monolitiche e onnipotenti.
Il capitalismo globale impoverisce la gente, emargina vaste aree della popolazione mondiale, esclude i più dalle attese di una vita normale, ma è capace di autoperpetuarsi senza la necessità di riconsiderare la sua presenza storica (il socialismo reale aveva in sè il germe del cambiamento, tant'è che è scomparso).
Il capitalismo globale è solo e non vive crisi se non come mera caduta del profitto.
Il capitalismo globale è continuamente a caccia di nuovi mercati. Ha un bisogno costante di nuove attività comprese quelle che lo stato gestisce in nome del popolo.
In nome del mercato la nostra classe politica è disposta a concedere gli ultimi spazi di potere pubblico. Così è andata anche per l'acqua. La sorella acqua di San Francesco di Assisi.